23:40

Non è il sudore sulle mani per la fatica che mi fastidia. A quello sono ben abituata. È questo accusatorio frinire di cicale impazzite. Se avessi abbastanza fiato in gola urlerei loro di smetterla. Ma non posso. Devo stare attenta. Questa stradetta è tutta sconnessa. I trattori che passano sulla terra battuta creano solchi difficili da colmare e così ogni giorno la strada sprofonda. Quando piove poi gli avvallamenti diventano piscine e, se non si sta attenti, si rischia di affogarci come nel grande fiume.

Mi piaceva la pioggia quando ero piccola, perché la nonna si sedeva vicino al camino, toglieva gli zoccoli e, dopo essersi massaggiata i piedi, mi raccontava le storie di quando aveva la mia età. Se non era troppo stanca prendeva una spazzola per pettinarmi. All’inizio mi faceva male perché i miei capelli, troppo fini, tessevano centinaia di piccoli nodi, ma poi, a lungo andare, diventava piacevole. Io allora chiudevo gli occhi e immaginavo di essere una di quelle bambole della vetrina del negozio giù in città, a cui le Signorine pettinavano i capelli più volte al giorno. Le avevo viste quella volta che eravamo andati dal dottore. Il dottore non mi era piaciuto, aveva le mani fredde, quasi come il metallo di quel suo strano strumento che usava, diceva lui, per auscultarmi il cuore. Come se il cuore si potesse percepire con le orecchie. Alla fine mi aveva dato una medicina amara e densa come la pece che al mio spirito non aveva certo fatto piacere. Però era stato bello osservare i cittadini con le scarpe eleganti e i vestiti dai colori chiari: loro non avevano paura di sporcarsi.

Maledizione quanto pesi: è già la terza volta che mi fai fermare.

Io avevo i miei stivali di gomma rosa. Quanto mi piacevano. Erano della figlia della Signora. Li aveva usati solo una volta, quando aveva accompagnato la madre nella visita annuale alle terre di famiglia. Dopo averci camminato per non più di dieci minuti, li aveva gettati lì per terra, abbandonati, vicino al nettascarpe in ferro all’entrata della cascina. Per tre giorni li avevo osservati starsene solitari sull’aia, ma quando una pioggia gelida battente li aveva occupati fino al colmo, avevo deciso che era giunta l’ora di metterli al sicuro. Li avevo svuotati per bene e poi li avevo rovesciati sul pavimento di mattonelle rosse dell’ingresso. Quando li avevo indossati mi era sembrato di volare tanto erano comodi e leggeri.

Se potessi averli ora ai piedi sono sicura che non sentirei la stanchezza, nemmeno il male alle braccia per averti scarriolato lungo tutta la strada.

Poi i piedi erano diventati troppo lunghi. La nonna era morta, in pace, dicevano tutti. Veramente nell’ultimo periodo non riconosceva più le persone e gridava di non voler finire all’inferno. Povera nonna. Mio padre faticava a seguire le terre e aveva mandato a chiamare un giovane aiutante. Mi ricordo ancora la prima volta che lo vidi. Portava una camicia a righe azzurre aperta sul petto bruciato dal sole dell’estate. Gli occhi verdi come le colline, troppo vicini tra loro. I capelli biondi come il grano che già si aprivano a chierica. A me parve la cosa più bella mai vista: di uomini ne avevo conosciuti pochi. Mario invece si vantava di un gran numero di conquiste: con me non dovette sforzarsi. Quando mi prendeva nel fienile urlava Giovanna con tale foga che un paio di volte ho creduto rimanesse stecchito bello e pronto per la fossa.

Maledetto caldo afoso che appiccica l’umore degli uomini: è sua la colpa se ora siamo qui, insieme, in questa notte di fine giugno.

Mario dopo qualche mese se ne era andato. A cercar fortuna diceva lui. Non ne ho più saputo nulla. Ma mi aveva lasciato un ricordo indelebile che cresceva nella mia pancia. Dopo cinque mesi dalla sua partenza era nata Maria, con gli stessi occhi verdi, troppo vicini. In cascina la cosa passò quasi inosservata. La gente aveva cose più importanti di cui occuparsi: in quel periodo nascevano i vitellini. Io producevo latte quasi quanto le vacche e Maria cresceva forte e sana. Saranno forse stati i seni abbondanti o la solitudine delle serate invernali, ma dopo sei mesi dalla nascita della bambina avevo trovato un altro che urlava nel fienile. Questa volta mio padre prese in mano la situazione e mi ritrovai una mattina all’alba in una chiesa deserta a dire sì a Cesare. Cesare era di poche parole e lavorava sodo.

Siamo stati bene per un po’, vero Cesare?

Dopo dieci anni la Signora era morta e la proprietaria dei miei stivali rosa aveva deciso di vendere la cascina. Mio padre morì giusto in tempo per non vederla trasformata in un centro commerciale. Noi siam finiti qui in periferia. Cesare ha trovato lavoro in una fabbrica che si è mangiata tutte le sue parole. Tutte le sere torna dal bar alle 23:40 precise. Infelice e ubriaco lascia che la cinta dei pantaloni parli per lui. Quanti discorsi mi hai fatto caro il mio Cesare. Non so perché questa sera sei tornato prima. Maria era ancora sveglia. Mi stava raccontando ridendo felice quanto l’aveva lodata la maestra. È proprio brava sai la mia Maria: farà fortuna. Ma tutta quella felicità per te era troppa e così hai impugnato la cinta per dire la tua. Non potevo lasciartelo fare. Mi son ritrovata tra le mani il coltello per tagliare il salame sporco di sangue. Il tuo sangue. Maria ha cominciato a urlare, ma io l’ho mandata in camera sua. Sistemo tutto io.

Così siamo qui, io e te, lungo la strada che porta al fiume. Pesi sai. Fatico a tenere dritta la carriola che cerca di sfuggirmi di mano. Ma non puoi scappare.

Arriva qualcuno.

«Giovanna! Cosa fai in giro a quest’ora con la carriola?»
«Piero? Sei tu? Spegni i fari non vedo nulla.»
«Scusami.»
«Stai bene? Cosa stai trasportando?»
«Devo andare al fiume.»
Piero si avvicina. Per un attimo fatica a riconoscere quell’insieme scomposto. Poi lancia un urlo di puro terrore.
«Gio-van-na. Cosa hai fatto!»
«Cesare, parlava troppo…»
Piero indietreggia inorridito e comincia a digitare un numero sul cellulare.
«Non ti muovere Giovanna, adesso arrivano.»
Sono passati pochi minuti e si vede un balletto di fari blu risalire lungo la strada.
Ho appoggiato la carriola. Piero mi tiene sotto controllo, lo capisco da come mi guarda. Ma io non vado da nessuna parte. Mi fanno male i piedi.
Un giovane carabiniere mi prende per un braccio e mi accompagna fino alla sua macchina.
È gentile e mi dice di sedermi sul sedile posteriore con la leggerezza dei suoi vent’anni.
Io lo guardo e per un attimo ai piedi ho di nuovo i miei stivali rosa.