Cronache della Gelda

La Nascita della Triade

Il sole cominciava a tramontare sulle guglie del duomo riprese dagli enormi schermi piatti che ricoprivano la parete dello studio.
«Finalmente…» mormorò Nela e si addossò all’alto schienale della vecchia poltrona in pelle. Aveva bisogno di aria fresca. Quel paesaggio, anche se ben simulato, negli ultimi giorni non poteva arginare la sua voglia di libertà: un vizio che le era già costato caro.
Sempre meglio delle lunghe giornate al buio nella cripta.
Digitò le ultime parole in chat con Patrisya e Ubaerta ancora in attesa, al gate dell’aeroporto di Oslo, dell’aereo che le avrebbe riportate a Linate dopo la missione. Sorrise per la definizione di “deliziosi” che avevano dato entrambe dei norvegesi: le conosceva da troppi secoli per non sapere cosa intendessero esattamente.
Tornate presto a casa…
Spense il computer e si avviò verso il corridoio. Infilò il giacchino in pelle leggera, il cappello da baseball e gli occhiali da sole a visiera integrale, indispensabili per confondere tra la gente i suoi occhi di un blu innaturale.
Si incamminò lungo via Laghetto ripensando all’andirivieni delle imbarcazioni, contraddistinte dalla scritta Usum Fabricae Operis, quando ancora era una darsena, attracco privilegiato delle chiatte stivate con il marmo di Candoglia per la costruzione del Duomo.
L’indaffarato vociare degli uomini giungeva fino alle fondamenta della loro casa, e il fatto di aver portato in città un numero crescente di stranieri era stato un bonus imprevisto: nessuno si preoccupava se, di tanto in tanto, qualcuno l’indomani non tornava al lavoro.
Attraversò via Larga e, rasentato il vescovado di piazza Fontana, giunse di fronte all’abside dell’imponente basilica dedicata a Santa Maria Nascente. I grandi finestroni illuminati donavano di notte ancor più splendore a quella magnificenza.
Costeggiò la monumentale cattedrale verso il Palazzo Reale, stando ben attenta a non scendere dal marciapiede che in qualche maniera, aveva imparato negli anni e non senza sofferenza, delimitava la distanza di sicurezza da quel luogo, sacro fin da tempi antichissimi.
Se provava a stendere il braccio verso la chiesa, sentiva la punta delle dita formicolare dolorosamente fino a diventare rosse e nere come carboni ardenti.
Eppure non poteva fare a meno di passare ogni notte da quel luogo dall’energia così intensa che, più di ogni altro, le ricordava come era stata: una giovane donna, spensierata e innocente che, come tante altre ragazze, amava portare fiori freschi all’altare della Madonna in Santa Tecla, per chiedere la grazia di trovare presto un marito devoto.
La mia supplica non è mai stata esaudita.
Il freddo pungente delle serate dicembrine costringeva le persone a stringersi nei pesanti cappotti, e lei sentiva un rammarico, mai sopito, per la mancanza di quel pizzicore fastidioso.
Nella grande piazza rettangolare, poco distante dal monumento equestre a Vittorio Emanuele II, gli operai stavano lavorando alla messa a dimora del gigantesco abete che sarebbe stato decorato per il Santo Natale.
Quanto aveva amato un tempo il periodo dedicato all’attesa della venuta di Cristo, allora non offuscato dalle sovrastrutture moderne; nella sua casa, umile ma serena, era il conforto dell’amore familiare il vero regalo.
A volte le sembrava ancora di udire, nei suoi incubi coscienti, il leggero fruscio delle vesti di sua madre sul pavimento della vecchia casa, mentre era intenta a preparare la carne stufata per il pranzo festivo.
Purtroppo, quegli attimi rubati di un’esistenza perduta venivano annientati dal ricordo del sapore, dolciastro e metallico, del sangue di lui che le fluiva in bocca e giù, nella gola, fino alle viscere, fino allo stato più profondo di sé.
Andres: sogno e incubo, amante e nemico; colui che aveva trasformato lei e le sue amatissime sorelle in ciò che erano ora.
Ricordava perfettamente la prima volta che lo aveva veduto, al tramonto, mentre cercava di farsi largo tra la folla accorsa ad assistere alla demolizione della sua amata chiesa.

 

Nel 1458 i lavori della nuova cattedrale erano iniziati da tempo e delle due vecchie basiliche paleocristiane non stavano per rimanere che racconti di anziani devoti.
Quello era l’ultimo giorno di Santa Tecla.
Nela urtò per sbaglio un corpo imponente, drappeggiato da un mantello riccamente decorato. Il cappello leggermente piegato in avanti celava il viso dell’uomo e lasciava intravedere due sottili cinabri a decorare la pelle d’avorio.
«Chiedo perdono, signore» si scusò, mentre cercava di oltrepassare lo schieramento compatto di curiosi di fronte a lei.
«Di nulla. Il mio nome è Andres e in verità credo che vi sarà difficile avvicinarvi maggiormente» spiegò lo sconosciuto con voce profonda e uno strano accento cantilenante. «Se voleste, tuttavia, conosco un luogo da cui potreste osservare senza sforzo» mormorò, mentre piegava con grazia il collo per accostarle la bocca all’orecchio.
Una mano le si posò sulla schiena, quasi a rincuorarla.
Nela era impietrita: nessun uomo, se non nei suoi sogni di adolescente, le si era mai accostato.
«Devo tornare da mia madre» balbettò confusa.
«Certamente, ma non ci vorrà che un attimo, vedrete» la esortò lui, prima di accennare un sorriso.
Nela ricordava ancora il biancore di quei denti perfetti e il pensiero che solo un gran signore potesse avere labbra così belle.
«Come vi chiamate?» aveva sussurrato Andres, mentre furtivo le sfiorava l’orecchio con le labbra.
«Nela» aveva risposto lei sentendosi stranamente calma.
Non poteva negarlo, si era sentita lusingata dalle sue attenzioni, e questo errore le era stato fatale.
Lo aveva seguito lungo la strada, dimentica del perché, rapita dal suono della sua voce come un bambino dal suono del pifferaio di Hamelin.
Erano giunti davanti a una bella dimora con un ampio cortile ed erano saliti, per una scala d’onore in marmo e ferro battuto, fino al terzo piano.
Andres aveva aperto un pesante portone con una lunga chiave, dandole accesso alla sua casa riccamente arredata. Si era tolto il mantello e, posato il cappello su una sedia dell’ingresso, le aveva porto il braccio per accompagnarla verso un grande salone.
Al centro della parete un’enorme finestra era chiusa da robusti scuri in noce brunito.
«Mi scuso per l’inconveniente» aveva pronunciato Andres, prima di affrettarsi ad aprire le pesanti coperture lignee, dandole modo di scrutare oltre i vetri bugnati.
Nela aveva guardato ansiosa di poter saziare la sua curiosità, ma della piazza, ormai buia, si distingueva solo una piccola parte in lontananza.
Si era resa conto troppo tardi di essere stata incauta.
Andres l’aveva abbracciata, attirandola a sé, per posar delicato la mano sinistra sul ventre e risalire lentamente lungo il vestito leggero fino a inoltrarsi tra i piccoli seni.
Il naso impegnato a scostare il pizzo dal morbido collo, per tracciare con labbra bramose la linea invisibile tra clavicola e nuca, solleticando con la mano destra la fossetta del giugulo.
Nela mai aveva provato qualcosa di simile. Brividi percorrevano il suo corpo, mentre la pelle reagiva al tocco esperto di quelle lunghe dita dissolvendo ogni cosa all’intorno.
Aveva paura: paura di quella situazione azzardata; paura che lui si fermasse.
Andres, baciandola con ardore, l’aveva condotta alla dormeuse, spogliando entrambi con innata naturalezza dagli indumenti che ancora restavano a baluardo dell’innocenza di lei.
Senza mai staccare le mani o le labbra dalla sua nudità, Andres l’aveva fatta adagiare sul broccato, premendo il suo corpo vigoroso con sempre maggior forza, e si era inoltrato nel suo intimo abbraccio sino a cogliere lo spasmo doloroso del possesso.
Nela ricordava quel primo piacere come un’onda del mare che la risucchiava nell’infinito, onda che con sempre maggior impeto la trascinava lontano.
Aveva chiuso gli occhi. Con un braccio lui la teneva stretta a sé, mentre con l’altro si reggeva al morbido bracciolo del divanetto.
Il respiro di Andres si era fatto sempre più affannato fino al raggiungimento, con un ansito gutturale, dell’apice del piacere.
Stremata da quell’assalto possente, Nela aveva cercato di tornare alla realtà.
Si aspettava che, come nei racconti maliziosi delle sorelle sposate, lui l’avrebbe stretta fra le sue braccia, per concederle un attimo di riposo e ringraziarla per quell’amplesso rubato.
Ma l’ultima cosa che aveva avvertito erano state le labbra di lui scendere fino alla sua giugulare e due sottili lame infuocate trapassarle la pelle, poi solo buio.
Si era ridestata a terra, dolorante, in una stanza rischiarata dalla debole luce di una candela consumata quasi del tutto.
«Si sta svegliando» mormorò una voce femminile al suo fianco.
Aveva richiuso gli occhi con l’ingenuo pensiero che quanto non si vedeva non esisteva.
«Cerca di farla bere» aveva aggiunto un’altra ragazza dall’ombra.
Qualcuno l’aveva sollevata leggermente, avvicinandole alle labbra un vecchio bicchiere in peltro.
«Fatti forza, bevi almeno un poco…» la esortava gentile la prima voce.
«Dove sono?» aveva osato chiedere Nela.
«Nei sotterranei della casa di Andres» aveva risposto la seconda voce.
Le lacrime erano sgorgate come una cascata impetuosa e aveva portato le braccia al corpo nella speranza di proteggersi, scoprendo di essere stata rivestita alla meglio e di avere una caviglia stretta da una grossa catena.
«Perché sono qui?» aveva chiesto fra i singhiozzi.
«Per soddisfare il bisogno del nostro carceriere» aveva spiegato la seconda voce con tono dolente. «Io mi chiamo Patrisya» aveva mormorato, muovendosi nell’ombra, seguita da uno strofinio metallico.
«Il mio nome è Ubaerta. Devi sforzarti, anche se il sapore non è piacevole. Questo intruglio che Andres ci prepara è l’unico a poterci ridare le forze dopo che si è nutrito di noi.»
«Il nostro premuroso padrone di casa vuole averci sempre pronte» aggiunse sarcastica Patrisya.
«Nutrito di noi?» aveva chiesto, incapace di dare un senso a quelle parole.
Le due donne si erano avvicinate e le avevano rivelato con tono pacato quale fosse il suo destino.
Nela aveva così scoperto che non un uomo, ma un vampiro, come lo chiamavano loro, l’aveva attirata nella sua trappola per poter attingere in ogni momento al suo sangue, necessario alla sua sopravvivenza.
Andres incarcerava sempre tre fanciulle, così da poter disporre a rotazione di una di loro, permettendo alle altre di riprendersi dal suo orrendo contatto.
Quando aveva bisogno, prelevava una delle giovani dalla loro prigione, come i signori amavano fare con il buon vino dalle cantine. Le faceva lavare e vestire con abiti eleganti e profumati, prima di portarle nella sua camera per costringerle a soddisfare i suoi bisogni.
Dopo quegli incontri somministrava alle giovani il preparato in grado di donar loro di nuovo le forze, ma a lungo andare l’effetto era sempre meno potente e qualcuna non tornava mai più: veniva poco dopo sostituita da una nuova arrivata.
Nela si addossò alla parete della cella con un’unica speranza nel cuore: morire, voleva morire, all’istante.
«La prossima volta toccherà a me» sussurrò Patrisya.
Nela chiuse gli occhi: la sua vita era finita.
Nel buio quasi totale della prigione era difficile capire il reale scorrere del tempo. L’unico modo per non impazzire fu per Nela cercare conforto nelle parole delle altre compagne.
Scoprì da loro che Andres era in realtà una figura di spicco nella società dei vampiri: la Gelda Sanguinis. Era diventato, dopo aver provveduto a uccidere il precedente titolare, il comandante della falange, il manipolo di soldati deputato alla protezione delle famiglie di vampiri presenti nel ducato di Milano. Ruolo che gli aveva procurato una certa ricchezza e possibilità di movimento.
Quando Patrisya era stata di nuovo in grado di parlare dopo il perfido incontro amoroso, aveva riferito che il vampiro sembrava stranamente di malumore. Mentre lei era costretta a prepararsi nel grande bagno della camera da letto, lo aveva sentito confabulare con un ospite in una lingua a lei sconosciuta.
Congedato il visitatore, Andres l’aveva richiamata al suo cospetto, ma era visibilmente agitato. Camminava misurando la stanza a grandi falcate e mormorava tra sé di dover sistemare le ragazze prima dell’arrivo del sommo Krimmjan.
Patrisya era certa che quelle parole fossero la loro condanna a morte.
«Dobbiamo fare qualcosa!» intimò Ubaerta.
«Ma cosa?» insorse Nela, struggendosi.
«Dobbiamo riuscire ad andare via da qui» decretò Ubaerta risoluta. Un silenzio pesante sottolineò il momento.
«Ho un’idea» annunciò Patrisya con uno strano tono di voce. «Io sono quella che più a lungo ha dovuto subire la volontà di quell’essere maledetto e credo di sapere quale sia il suo punto debole. Brama il potere. Non vi è nulla di meglio che offrire al suo ego un incontro volontario con tutte e tre. Se riusciremo a convincerlo che siamo soggiogate dal suo fascino e che bramiamo renderlo felice, potremo tentare di sopraffarlo e fuggire.»
«Potrebbe funzionare» replicò Nela, ritrovata la cosa più effimera e pericolosa per chi soffre il giogo: la speranza.
Ubaerta annuì convinta.
Nelle ore successive si prepararono a mettere in opera il loro piano. Nel bagno della stanza ricordavano di aver visto alcune vecchie cianfrusaglie da toeletta, tra cui contavano ci fosse anche il rasoio da barba dell’originario proprietario umano del palazzo. Quell’oggetto quotidiano in disuso da tempo poteva essere la chiave della loro salvezza.
Giunse infine con passi leggeri il momento per una volta tanto atteso.
Andres entrò nella camera buia intimando con voce melliflua a Ubaerta: «Vieni, mia cara, a portare a termine il tuo dolce compito, vieni a mitigare le ferite del mio cuore» la esortò, tendendo la mano verso di lei.
«O mio principe» confidò Patrisya, sforzandosi di essere il più convincente possibile, «perché solo a lei vuoi concedere l’onore delle tue attenzioni?»
«Porta anche noi, lascia che insieme possiamo donarti l’amore che meriti» aggiunse Nela, cercando di baciare le mani del suo aguzzino.
Il vampiro rimase perplesso nel sentire le mani delle ragazze accarezzargli delicatamente il corpo mentre gli sfioravano il viso con baci leggeri. Come sperato, la sua cupidigia prese il sopravvento.
«Andiamo» impose alle donne, staccando le tre catene dalle pareti e facendole risalire davanti a lui per una scala interna fino al grande appartamento.
Le ragazze camminavano in silenzio, consce di ciò che erano chiamate a fare: la salvezza ora era nelle loro mani. Mani che si sfioravano l’un l’altra nel tentativo di farsi coraggio.
Come sempre le rinchiuse nel bagno perché potessero prepararsi al meglio all’incontro di sangue con lui.
Nela aprì il piccolo armadio del bagno dove erano stivati oggetti di ogni genere e finalmente trovò ciò che stavano cercando: il rasoio.
Lo aprì delicatamente e provò con il pollice a passare la lama, ferendosi leggermente: era ancora ben affilato.
Patrisya e Ubaerta presero i cordoni dorati delle pesanti tende del bagno, legandoli alla vita come una mortale cintura aurea.
«Noi cercheremo di tenerlo fermo con le corde, legandogli le braccia alla spalliera del letto, mentre tu infilerai il rasoio nel suo maledettissimo petto» stabilì Ubaerta risoluta.
«Così sia» risposero Patrisya e Nela.
«Oggi qualcuno morirà. Il destino deciderà chi» aggiunse Patrisya.
Si avvicinarono fino a formare con le braccia una Triade di ferrea volontà.
Aprirono la porta della stanza. Andres le aspettava sdraiato sul letto, pronto a ricevere i loro servigi.
Patrisya e Ubaerta si avvicinarono da entrambi i lati dell’odiato talamo, sfiorandogli le braccia nerborute con baci leggeri e sciogliendo con noncuranza dalla vita le corde resistenti.
Nela, ferma in fondo al letto, cominciò a solleticare con una mano le lunghe gambe di Andres, prima di sedersi a cavalcioni sul suo bacino; il corpo del vampiro stava rispondendo a quelle dolci attenzioni quando le tre donne agirono all’unisono.
Mentre Patrisya e Ubaerta tiravano energicamente le braccia, ognuna dalla propria parte, per fissarle fermamente al letto, Nela con tutta la forza della disperazione infilò, come un pugnale, il rasoio nel petto di Andres.
L’urlo terrificante del vampiro riempì la stanza. Come una bestia ferita e inferocita allungò i canini e le unghie nel tentativo di liberarsi.
Le ragazze, spaventate nel vederlo ancora vivo malgrado la ferita mortale, si ritrassero insieme verso la finestra e Nela, nell’estremo tentativo di trovare una via di fuga, aprì uno degli scuri, permettendo a qualche allegro raggio di sole di penetrare nella stanza e sfiorare i loro corpi.
Gridarono all’unisono per il dolore provocato da quel caldo abbraccio: sembrava loro di essere state gettate nel fuoco.
Andres, ancora legato e coperto del suo stesso sangue, cominciò a ridere sguaiatamente.
«Stupide e sciocche donnette. Il vostro corpo è pieno del mio veleno! Non siete più umane e nemmeno trasmutate dal mio prezioso sangue, con la mia pozione vi ho rinchiuso in un limbo da cui nessuno potrà salvarvi: solo la morte! La vostra natura rifiuta se stessa e repelle la luce del sole. Credo che ora sarò costretto a liberarmi per cibarmi per l’ultima volta di voi!» ruggì furioso.
Andres diede un poderoso strattone al letto che si dimostrò per loro fortuna di fattura particolarmente resistente.
«Dobbiamo bere il suo sangue» irruppe Patrisya, mentre cercava di restare a distanza dalla finestra e da lui.
«Cosa?» chiese Nela, schifata alla sola idea di avvicinarsi di nuovo a quell’essere.
«Lui beve dalla nostra gola e dobbiamo farlo anche noi» suggerì Ubaerta, ormai anche lei convinta che fosse l’unica cosa da fare.
«Come volete» conciliò Nela per nulla convinta. «Il rasoio…» aggiunse, notando l’arnese ancora nel petto di Andres. «Facciamolo!» urlò, avventandosi sul vampiro, seguita dalle compagne di sventura.
Nela impugnò di nuovo il rasoio e, dopo averlo estratto dal petto con un colpo netto, tagliò la gola ad Andres che, malgrado la ferita profonda, continuava a inveire contro di loro con spaventosi rantoli.
«Bevete! Presto!» le incitò Patrisya, avvicinando lei stessa le labbra al fluido vischioso che colava velocemente sul petto del vampiro.
«Perché non muore?» protestò Nela disperata.
«Il sole» rimarcò Ubaerta con felice intuizione e, afferrati con forza insperata i capelli di Andres, ordinò alle amiche di tagliare del tutto la testa e di gettarla ai piedi della finestra.
In poco tempo del vampiro non rimase che cenere.
Le tre giovani si abbracciarono, sporche e stremate, lasciandosi scivolare sul letto lercio del sangue venefico del loro aguzzino.
Erano ancora abbracciate quando spasmi dolorosissimi le fecero contorcere su loro stesse: sembrava che mani invisibili stessero strizzando le loro budella.
Credendo che fosse la fine, tesero le mani, fino a sfiorarsi, prima di perdere conoscenza.
Si risvegliarono, molte ore dopo, per la voce perentoria di un essere mastodontico che, impegnato a dare ordini a un manipolo di soldati, le fissava con aria interrogativa.
Così era stata forgiata la Triade: nel sangue e nel dolore di tre fanciulle innocenti.

 

Nela, persa nei suoi ricordi, aveva raggiunto l’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, dove i turisti erano impegnati ogni giorno a tormentare con gesto scaramantico il povero mosaico del toro, nell’assurda convinzione di ottenere fortune insperate.
Alzò lo sguardo verso la cupola per scoprirla agghindata da un cielo di centinaia di piccoli lumi blu con al centro lo scudo della città.
Sorrise. Amava e avrebbe sempre amato teneramente Milano, era la sua città, dove una primavera del 1442 l’aveva partorita sua madre e dove era rinata sedici anni dopo insieme alle sorelle: tre vampire unite dal destino e dallo stesso sangue, che da allora avevano comandato la falange del nord Italia.
Il loro potere era accresciuto nel tempo, ma nessuno, nemmeno lo stesso Krimmjan, avrebbe mai immaginato che potessero diventare l’arma segreta più micidiale della Gelda Sanguinis.
Krimmjan ripeteva spesso che nemmeno Diogene in persona avrebbe saputo spiegare quel legame inscindibile che permetteva alle vampire di esercitare un potere in grado di incidere profondamente sullo stato della materia e del tempo.
Nela proseguì verso Piazza della Scala, senza dimenticare una lunga sosta davanti alle eleganti vetrine della libreria Rizzoli. Superò la bella statua di Leonardo da Vinci del Magni e si soffermò a rimirare il Teatro che, illuminato nella notte buia invernale, rifulgeva in tutta la sua incantata bellezza: lo spettacolo iniziava già all’esterno.
Proseguì sotto i portici di via Filodrammatici fino alla biglietteria, con la speranza di trovare ancora qualche biglietto invenduto disponibile.
Trovò il locale stranamente semideserto; solo un uomo, vestito in modo raffinato con un cappotto di cashmere blu e una coppola in tessuto scozzese grigio, si informava sulle ultime disponibilità.
Nela si avvicinò mentre la cassiera proponeva, a metà del prezzo, i due posti davanti in uno dei palchi centrali, rimasto vuoto all’ultimo momento.
«Sono solo» rispose l’uomo gentile.
«Prenderei io l’altro biglietto» si intromise Nela, «se non vi dispiace.»
«Certamente» rispose con garbo lui accennando un sorriso.
La cassiera ben felice di quel componimento passò veloce i biglietti che Nela e il suo accompagnatore accidentale pagarono.
Nela raggiunse l’uscita e l’uomo si avvicinò per aprirle la porta.
Forse gli uomini educati non sono ancora estinti…
«Grazie» rispose lei avviandosi lungo il porticato. «Mi chiamo Nela» aggiunse, prima di porgergli la mano.
«Giulio, molto piacere» replicò l’uomo pronto, mentre alzava il viso per mostrare due vivaci occhi verdi.
La sera inizia sotto i migliori auspici: Giulio sembra delizioso…