La Locomotiva

La casa dorme impregnata dal ritmico russare di mio padre. Mia madre lì a fianco respira sottile. Mi chiedo come possa riposare. Potere dell’amore. O forse dell’abitudine.

Tornare qui mi fa sempre l’astruso effetto di un viaggio nel tempo. Non bevo vino, non vado a letto tardi e, se non fosse che non me le ricordo più, forse direi anche le preghiere della buona notte. Bramo la voce della nonna che intona roca e profonda di fumo le sue assurde ninnenanne. I canti degli immigrati morti nelle miniere: non esattamente motivetti per conciliare il sonno. Ma il canto tace. Parlano solo le assi di legno granate del pavimento.

Serro alle mie spalle la porta d’entrata e mi sembra di essere una bambina che fugge senza permesso.

Il freddo pungente del mattino sferza il viso quasi dovesse lavarlo di nuovo. I turisti, non ancora addobbati dagli zaini colorati, dormono nascosti nelle proprie tane. L’unico testimone del mio passaggio è il gatto rosso dell’Angiolina che mi fissa. Confida di incassare una carezza o qualcosa di più concreto. Ma ho le tasche piene solo delle mie mani fredde.

I piedi hanno memoria di ogni singolo passo e mi ritrovo in piazza. Forse sarebbe meglio dire slargo. Non è certo uno spazio di città. Da noi tutto è modico. Sarà che di imponente abbiamo già le montagne. Un circolo che ci controlla dall’alto. Protettivo o distruttivo. Dipende dalle occasioni.

Mi mancano queste cime impiccione. Il vuoto della pianura dopo tanti anni mi disorienta ancora.

Proseguo lungo via Roma. A ritroso rispetto al detto. Si stringe, fino a quasi farmi toccare con le spalle le scandole dei tetti delle case basse di confine. Finalmente il grande prato. Niente più asfalto, solo l’erba tagliata a segnare la via.

Eccola. Verde cupo, con la leva d’inversione, la biella e le ruote motrici di un rosso sfacciato. Mi avvicino compita, quasi stessi accostandomi alla comunione della domenica. La tonsura del prato evidenzia la sua ferrigna spavalderia. La stessa con cui il sindaco l’aveva fatta arrivare tanti anni prima.

Scavalco il filo in acciaio, tenendomi a uno dei paletti di sostegno, oltrepassando quel pleonastico recinto. Da qui mi sembra più piccola. Forse sono io ad aver mutato l’altezza. Allungo la mano fino a toccarla: titubante. Nello stesso modo con cui si aspetta il consenso a grattarle la fronte da una delle vacche che pascolano qui in autunno.

Il freddo del metallo mi arriva dritto alla schiena.

Le giro attorno. Non è cambiata. Salgo la scaletta di ferro con l’impeto dei miei cinque anni. Il nonno mi sorride ai piedi della locomotiva e io sono di nuovo il macchinista. Mi perdo nel ricordo dei suoi occhi gentili e del suo sorriso paziente. Gli sono debitrice delle ore più liete e della mia inventiva. Adesso riesco a vedere bene oltre i finestrini. Afferro la leva del regolatore pronta a smuovere la mia vita. Vorrei tanto dare una bella tirata alla catena del fischietto. Chiudo gli occhi e comincio a sobbalzare, ansimando e sbuffando, sempre più veloce.

Mi muovo. Saluto il paese. I prati in fiore. Le montagne. La cascata. L’Angiolina e il suo gatto. I miei che dormono sereni. Il vecchio sindaco e il suo panciotto di velluto giallo.

Il sudore mi imperla la fronte. Stringo la barra con tale forza che le nocche sono quasi blu dallo sforzo.

Quando riapro gli occhi sono ancora qui.

Non c’è carbone o brace nella caldaia buia. Non c’è calore. Nessun vapore a rallegrare il fischietto. Solo io, con qualche capello bianco in testa che mi asciugo la fronte con la mano.

Devo fare attenzione mentre scendo perché i gradini sono alti.

Guardo le montagne, mute testimoni del mio viaggio. Il sole comincia a fare capolino e dal paese già arrivano le prime voci.

Torno verso la pancia arrotondata della locomotiva. Alzo il braccio e l’accarezzo. Un intimo commiato. Dolce fucina dei miei sogni di avventura. Vivo lontano, ma sono sempre rimasta qui.