Gemini – Capitolo 9

Exsuscitatio    

Restarono in biblioteca circa un’ora, discutendo sul da farsi. Handy voleva ottenere le lacrime di Piton, mentre Leni pensava che sarebbe stato meglio usare correttamente la clessidra e tornare a casa in tempo per fermare i genitori. Stavano ancora dibattendo nei corridoi dell’antico chiostro quando videro i ragazzi ammassarsi tra urla e schiamazzi attorno all’albero situato a un lato del giardino.
Si avvicinarono incuriositi, giusto in tempo per scorgere una accigliata Minerva ritrasformare un candido furetto nel loro padre, interrompendo la lezione speciale di Alastor “Malocchio” Moody.
La ragazza cominciò a battere le mani divertita.
«Leni, cosa fai? Sei forse impazzita? Ti ricordo che quello è papà» gli sussurrò il fratello in un orecchio.
«Sì, hai ragione, ma come vorrei avere una macchina fotografica» chiocciò lei, senza poter smettere di ridere, mentre vedeva il genitore darsela a gambe inveendo contro l’anziano Auror.
Handy alzò gli occhi al cielo: le cose cominciavano a mettersi male.
La professoressa McGranitt sparpagliò la piccola folla, e davanti ai gemelli comparve Cedric Diggory nella sua gioiosa vivacità.
Leni smise subito di ridere. Era atroce vedere il campione di Tassorosso scherzare felice con gli amici sapendo che molto presto un essere immondo avrebbe orribilmente spento la sua luce. Cedric, sentendosi osservato, si girò e le regalò un meraviglioso sorriso. Alla ragazza mancò la terra sotto i piedi. Il fratello, accortosi del turbamento, la sostenne e la accompagnò al sicuro verso una delle arcate per farla sedere con la schiena appoggiata alle colonnette. La giovane Serpeverde nascose il viso fra le mani.
«Calmati, non fare così» le bisbigliava lui dolcemente, accarezzandole la testa.
«Morirà, lo sai, e zio Harry va in giro con quel pazzo di Barty Crouch Jr. travestito che lo porterà da Lui.»
«Lo so, purtroppo non possiamo fare niente per cambiare le cose, dobbiamo solo cercare di andarcene con quello di cui abbiamo bisogno il più in fretta possibile.»
In quel momento passarono Ron ed Hermione, il rosso ancora imbronciato e alle prese con le sue dispute interiori riguardo all’amico più caro.
«Cosa è successo?» chiese la quattordicenne, preoccupata, nel vedere Leni così disperata.
Udite le note di quella voce, Leni le andò incontro abbracciandola senza quasi rendersene conto.
La madre, stupefatta, rimase qualche secondo con le braccia lungo i fianchi prima di cingerla per confortarla.
«Scusami. Penserai che sono una pazza.»
«Per niente, anzi, se hai voglia di parlare con qualcuno io sono disponibile» le rispose gentile. «Conosco un sistema sicuro per risollevarti il morale: una bella cioccolata calda e qualche biscotto di uvetta e zenzero. Sai, sono i miei preferiti!» aggiunse Hermione sorridente.
«Lo so. Volevo dire: hai ragione» ribatté imbarazzata. Se solo avesse potuto rivelarle quanti biscotti allo zenzero le aveva già dovuto preparare.
La Sala Comune dei Grifoni si trasformò presto in un profumato Chocolate Party. Tutti sembravano intenzionati a raccontare la loro versione della meravigliosa trasformazione del giovane Malfoy nel più vivace mustelide mai apparso a scuola. Con grande sorpresa dei compagni, e sconcerto di Handy, quella che sembrava divertirsi di più a quei racconti era l’infiltrata Serpeverde, che esplodeva in sonore risate come il fratello le aveva visto fare raramente.
Se lo avesse saputo suo padre probabilmente gli sarebbe venuto un colpo.
Arrivò la sera e, dopo una cena oltremodo frugale vista l’abbuffata generale del pomeriggio, ognuno si apprestò a tornare nel proprio dormitorio.
«Domani o troverò il modo per prendere le lacrime o ti porterò comunque via di qui» disse il fratello, salutandola.
«Grazie. Andrò a vedere come sta il nostro peloso genitore» proferì in un sogghigno Leni, per poi incamminarsi per il sotterraneo.
«Se puoi, non scagliargli nessuna maledizione. Cerca di non vederlo per come è adesso, ma per come è diventato, anche perché non so tu, ma io ci terrei a venire al mondo.» Le strizzò l’occhio.
Leni saltellò per le scale rinfrancata dal pomeriggio e pronta a seppellire l’ascia di guerra con l’adorato padre. Entrata in Sala Comune dovette subito ricredersi.
Draco girava intorno alle poltrone come una tigre in gabbia, mentre Tiger e Goyle lo fissavano silenziosi.
Pansy Parkinson sbuffava limandosi le unghie nell’attesa che il biondo si placasse, mentre Daphne cercava inutilmente di farlo ragionare. Alla comparsa della ragazza la strana compagnia si voltò di scatto. Daphne con un sorriso sincero, gli altri con occhi di fuoco.
«Bene, a quanto pare anche le serpi più infide prima o poi tornano alla tana» centellinò Draco con uno sguardo tutt’altro che benevolo.
Leni si impose di ignorarlo e si diresse alle scale del dormitorio femminile, ma lui le si parò di fronte.
«A quanto pare preferisci di gran lunga la compagnia degli amici di tuo fratello piuttosto che la nostra» le sibilò a pochi centimetri dal viso.
«Spostati» rimbeccò lei in tono perentorio.
«Altrimenti cosa fai? Ti metti ancora a piangere?» la provocò imitando una faccia quanto mai contrita con tanto di strofinata energica degli occhi. Fece così scoppiare in una sonora risata tutti gli astanti tranne Daphne, ormai sconfortata: quei due non riuscivano proprio ad andare d’accordo.
«Sei solo uno stupido ragazzino viziato» gli sputò in faccia con disgusto.
«A chi hai dato dello stupido?» insorse lui con occhi feroci.
«A te che non riconosceresti nemmeno tua figlia se te la ritrovassi di fronte» affermò senza potersi fermare. Cosa aveva combinato?
«Che diavolo vai blaterando?» irruppe Draco sconcertato.
«È vero! Ha il tuo stesso colore di capelli e di occhi» aggiunse Goyle ridendo a crepapelle. «Potrebbe essere tua figlia.»
Pansy Parkinson, capendo come al solito la conversazione a modo suo, decise che era ora di intervenire.
«Figurati se Draco sposerebbe mai una mezza francese di origini sconosciute» obiettò alzandosi in piedi con aria schifata. Era già troppo doversi difendere da quelle mezze Veela di Beauxbatons che si aggiravano libere per la scuola senza che qualcuno facesse balenare al biondo l’idea di sposare una francese.
«Di cosa diavolo state parlando tutti?» urlò Draco che, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, si lanciò nella sua camera, sbattendone la porta furioso. Pose così fine alla conversazione più assurda della sua vita e a una delle giornate più umilianti.
«Hai visto cosa hai combinato?» sottolineò Pansy, avvicinandosi a Leni.
«Togliti di mezzo. Sei perfino più stupida di come ti raccontano» proferì, salendo le scale.
«Stupida? Chi si permette di dire certe cose su di me?» strillò Pansy disperata.
L’unica risposta che ottenne fu il rumore di una porta che sbatteva.
«Certo che quei due hanno anche la stessa maniera di chiudere le porte» considerò Goyle.
«Gregory, smettila di dire stupidaggini!» tuonò Pansy, prima di rimettersi seduta per finire il suo importantissimo lavoro.
Dopo aver assistito incredula a tutta la scena, Daphne diede la buonanotte. In camera, trovò l’amica stesa sul letto che prendeva a pugni il cuscino.
«Stupido, stupido, stupido!» ripeteva singhiozzando.
«Tutto bene?»
La giovane Malfoy placò di poco la sua ira. «Sì. Mi sembra di esser diventata un salice piangente. Io non piango di solito» puntualizzò spavalda.
«Non te la prendere, sei frastornata da tutte le novità. Comunque, giù da basso assomigliavi di più al Platano Picchiatore», ironizzò la bella Greengrass, per poi scoppiare in una coinvolgente risata.
Leni la guardò un secondo sbigottita, poi si unì a lei, lanciandole il povero cuscino martoriato. La zia si era assolutamente guadagnata un mega regalo al prossimo Natale.
Per colazione Handy arrivò nella Sala Grande di buonumore: la notte gli aveva portato consiglio e non vedeva l’ora di spiegare il suo piano diabolico alla sorella. La vide arrivare felice a braccetto con zia Daphne, seguita a poca distanza da Draco praticamente braccato dall’adorante Pansy, sempre più determinata a guadagnarsi il ruolo di fidanzata ufficiale.
Chissà come era andata la serata nel covo delle serpi. Stava ancora rimuginando su questi pensieri quando vide in lontananza sua madre e Viktor Krum parlare fittamente dietro a una colonna: era con buone probabilità l’inizio della storia che li avrebbe portati ad andare insieme al Ballo del Ceppo. Non poté trattenere un moto di stizza, non poteva immaginarla fra le braccia di qualcuno che non fosse suo padre.
Il massiccio ragazzo bulgaro gli passò dietro la schiena poco dopo, mentre Hermione prendeva posto di fronte a lui, che la salutò freddamente.
«Tutto bene?» chiese la madre, sorpresa per la gelida accoglienza.
«Sì, certo» rispose Handy nel tono amichevole di sempre, lasciandosi andare a un caloroso sorriso. La ragazza, rinfrancata da quella risposta, si mise a leggere la Gazzetta del Profeta, dove una impareggiabile Rita Skeeter esponeva con dovizia di particolari la sua versione della vita del signor Potter, riportandolo chissà come alla tenera età di dodici anni.
Nel frattempo il soggetto dell’articolo li aveva raggiunti. Aveva scoperto la notte precedente cosa avrebbe dovuto affrontare nella prima prova del torneo ed era di umore pessimo. Handy si sentì in dovere di rincuorare per una volta l’adesso più giovane zio che, perso nei suoi pensieri, si ostinava a sistemarsi i capelli e gli occhiali, come un altro Potter di sua conoscenza.
«Harry, non ti preoccupare, sono sicuro che te la caverai alla grande.»
«Vorrei avere la tua fiducia» rispose l’altro per niente persuaso. La visita nel bosco con Hagrid non aveva certo aumentato la sua autostima. Poveretto, pensò il gemello, non lo aspettano degli anni felici.
Finita in fretta la colazione, andò verso il tavolo dei Serpeverde facendo cenno alla sorella di doverle parlare.
Ma Draco, come al solito, perse una buona occasione per stare zitto: «A questo tavolo ormai si avvicina di tutto, anche grifoni frequentatori di sporche mezzosangue zannute. L’olezzo sta rovinando la mia colazione» esclamò ad alta voce, prima di spingere via il piatto con faccia nauseata.
«Malfoy, faresti meglio a stare zitto» lo redarguì la figlia, ma purtroppo il pacifico, dolce, gentile Handy aveva sentito l’unica cosa in grado di fargli andare il sangue alla testa: qualcuno aveva insultato sua madre. Forte del suo metro e ottantacinque lo aveva letteralmente estirpato dal sedile. Al giovane Draco, purtroppo, mancavano ancora un paio di anni per diventare della stessa statura.
«Se ti sento chiamarla ancora, in mia presenza, mezzosangue zannuta giuro che ti tappo la bocca a suon di sberle.»
Visibilmente sconvolto per quella reazione, il ragazzo tremava fra le mani del suo stesso sangue, mentre dal tavolo dei Grifondoro un applauso scrosciante sottolineava l’avvenimento.
Leni e Daphne si affrettarono a riportarlo alla calma, e il giovane rimise il biondo al suo posto, lisciandogli in tono di sfida la bella giacca su misura. «E non provare a dire una parola su mia sorella, siamo intesi?»
Ginny era semplicemente euforica per l’avvenimento. Se li avesse avuti a disposizione avrebbe probabilmente sparato dei fuochi d’artificio. Era corsa a fianco dell’amica e, guardandola con aria sognante, aveva detto: «Hai visto come ti ha difeso? Come sei fortunata! Vorrei anche io un bel ragazzo come quello pronto a sfidare Malfoy per proteggermi.»
Se avesse potuto, Hermione avrebbe volentieri scavato un tunnel fino in Cina per la vergogna anche se, dovette ammettere, non era affatto male vedere il drago sconfitto da un giovane e aitante cavaliere.
I due gemelli raggiunsero il tavolo dei Grifoni. «Per fortuna che sono io a dovermi dare una calmata» mormorò Leni al fratello che, resosi conto di quello che aveva appena fatto, si fissava le mani incredulo. Certo che suo padre sembrava specializzato nel far andare la gente fuori dai gangheri.
Fred e George per festeggiarlo gli diedero numerose pacche sulle spalle, tanto che alla fine sembrava lui ad averle prese di santa ragione.
I gemelli Malfoy salutarono tutti per poter andare nell’aula della professoressa Sprite, dove Handy ebbe finalmente la possibilità di spiegare cosa avesse in mente.
Dovevano usare la Pozione Exsuscitatio che era valsa ai genitori numerosi riconoscimenti al San Mungo. Avevano infatti messo a punto un protocollo di intervento in caso di malati in coma vigile a seguito di gravi shock da incantesimi. La pozione inventata da Draco doveva essere inalata dal paziente, dopodiché permetteva a un incantesimo Imperius appositamente modificato da Hermione di manipolare non il corpo, ma i sogni del soggetto facendolo tornare al momento del trauma, così da poterlo risolvere in sede onirica.
Il tutto veniva monitorato attraverso la Legilimanzia, come se si stesse guardando in un pensatoio vivente.
I ragazzi sapevano a memoria la teoria, avendo assistito più volte alle spiegazioni dei genitori, ma condurre il gioco in prima persona e sul più grande pozionista del mondo era un’altra cosa.
Dovevano innanzitutto procurarsi l’accesso alle scorte degli ingredienti di Piton, intrufolarsi in camera sua, aspettare che si addormentasse profondamente per somministrargli la pozione, manipolargli la mente e riportarlo a quello che dai vari racconti avevano inteso essere stato il momento più triste della vita dell’austero professore: il litigio a seguito del quale aveva perso l’amicizia di Lily Evans; a quel punto imporgli di piangere copiosamente, raccogliere il prezioso fluido e sparire.
Leni aveva un dono innato per la lettura della mente altrui. La cosa aveva fatto arrabbiare parecchio il fratello in passato, essendo lui completamente negato in materia. Per sua fortuna, però, davanti a un alambicco in pochi potevano batterlo. L’incantesimo Imperius della madre non era semplice, ma dovevano assolutamente provarci.
Il piano era balordo, rischioso e con scarsa possibilità di successo, rispecchiava insomma in pieno quelli fatti in passato dai loro parenti e amici: era semplicemente perfetto.

Capitolo 10