Gemini – Capitolo 8

 Piano B

«Leni?»
«Sono qui» rispose allungando la mano alla ricerca del fratello.
«Stai bene?» chiese lui preoccupato, reggendola sotto il gomito.
«Sì, ho solo un gran mal di testa. Come dopo l’ora di Legilimanzia. Dove siamo?»
«Penso nella Stanza delle Necessità. Ci vorrebbero un po’ di luce e di calore» pronunciò ad alta voce facendo comparire dal nulla un grande camino con un bel fuoco scoppiettante.
«Ce l’abbiamo fatta!» urlò la ragazza e gli gettò le braccia al collo.
«Sembra proprio di sì» le confermò sorridendo. «Non ci resta che andare fuori dai cancelli e smaterializzarci a Mielandia. Ci nasconderemo nel magazzino, così potremo vedere tutte le fasi di preparazione dei cioccolatini e, se saremo fortunati, capire chi è la canaglia che li ha avvelenati.»
«Perfetto. I corridoi a quest’ora saranno deserti perché tutti dovrebbero essere nelle rispettive Sale Comuni e non dovrebbe esserci il rischio di incontrare qualcuno creando paradossi temporali.»
Aprirono delicatamente la porta; dall’arazzo di fronte, Barnaba il Babbeo, dimenticandosi per un attimo di difendersi dalle bastonate, li salutò con la mano e ne prese una più sonora del solito dritto sulla testa. Il corridoio era effettivamente deserto e fiocamente illuminato dalle torce. Si incamminarono con passo deciso; erano quasi arrivati alle scale quando avvertirono alle loro spalle un impercettibile spostamento d’aria.
«Bene, signori, vedo che ci stiamo dedicando a una romantica passeggiata notturna. Mi scuso di aver interrotto le vostre, sicuramente importantissime, attività ma temo di dovervi chiedere di girarvi» ordinò una voce in un sibilo sottile.
I ragazzi rimasero impietriti dallo sconosciuto che li aveva intercettati. Si guardarono con la coda dell’occhio indecisi sul da farsi: la fuga era da escludere per cui si voltarono all’unisono con il cuore tamburellante nel petto.
Quando realizzarono chi avevano di fronte per poco il sangue non si gelò nelle vene.
Handy fu il primo a reagire. «Ci scusi, professor Piton» replicò con aria contrita, «ma mia sorella e io ci siamo trasferiti oggi e non riesce a ricordare la strada per il sotterraneo.»
Il professore alzò un sopracciglio, come nella perfetta caricatura che ne faceva Draco. I racconti su quell’uomo non erano esagerati: incuteva rispetto anche stando semplicemente immobile, lo sguardo nero e profondo simile a quello di uno squalo.
«Sicuramente non al settimo piano. Accompagnerò io stesso la signorina, mentre lei può proseguire verso il suo dormitorio, sempre che si ricordi dov’è. Le consiglio anche vivamente di riposare visto che, se intuisco bene, siete dell’ultimo anno e domani la prima lezione sarà Pozioni Avanzate. Non vorrei dover privare la Casa dei coraggiosi di qualche prezioso punto per colpa sua.»
«La ringrazio, professore» disse il giovane e si incamminò lungo il corridoio, voltandosi più volte verso la sorella che, lasciata in balia dell’austero insegnante, gli lanciava sguardi di fuoco.
«Andiamo, signorina, e cerchi di imparare velocemente la strada» la redarguì in tono asciutto Piton mentre scendevano velocemente le scale.
Leni lo seguì silenziosa e inciampò un paio di volte nei gradini tanto era intenta a capire che cosa diavolo stesse succedendo. Arrivati davanti alla porta del sotterraneo, Piton formulò la parola d’ordine e le fece cenno di entrare; la stava già lasciando quando si voltò di colpo, pensoso: «Non mi ha detto il suo nome.»
A Leni quasi venne un infarto, non poteva certo dire Malfoy. La sua memoria le venne in aiuto tirando fuori chissà come il nome che usava da piccola quando, giocando con sua mamma, immaginava di essere una avventuriera di terre lontane.
«Mi chiamo Flamyò» rispose, millantando una certa sicurezza.
«Di origine francese immagino» sottolineò l’uomo con palese disgusto, «come se in questi giorni non ne avessimo in giro già abbastanza» concluse, per poi allontanarsi diretto alla sua camera.
Leni entrò nella Sala Comune come se si aspettasse di dover combattere contro un intero esercito di Dissennatori, ma quello che trovò fu peggio.
«Bene, a quanto pare abbiamo un essere della notte» ghignò un Draco quattordicenne mentre, mollemente sprofondato nella poltrona davanti al caminetto, rigirava la bacchetta in una mano.
«Già, forse è un vampiro» commentò di rimando Tiger dal divano.
«Da come è pallida si direbbe che non mangi da giorni» aggiunse Goyle ridendo sfacciatamente da solo alla battuta.
Draco lo fulminò con lo sguardo. «Cosa avresti da dire sui pallidi?»
«Niente, naturalmente» replicò l’altro, rosso per l’imbarazzo.
«Ebbene tu saresti?» le chiese infine Draco, come se fosse un pezzo di mobilia a un’asta.
«Leni Flamyò» rispose lei, ormai decisamente sconvolta da quello che le stava succedendo.
«Flamyò?» ripeté lui arricciando il naso con disgusto. «Mai sentito.»
«Io andrei a dormire» annunciò Leni, indietreggiando verso le scale del dormitorio femminile.
«Con calma, mia cara» ribatté suo padre, alzandosi dalla poltrona per avvicinare il viso alla sua faccia, «non avere così fretta. Perché non rimani a farci compagnia e ci racconti le tue misteriose origini» la esortò prima di schiacciare l’occhiolino ai due compari.
Leni, che risentiva ancora del viaggio temporale, si sentì quasi svenire: non poteva crederci, ma suo padre era l’essere più odioso che avesse mai conosciuto; lo avrebbe volentieri schiantato all’istante.
La porta del dormitorio femminile si aprì e una giovanissima Daphne comparve sulle scale.
«Cosa sta succedendo?» chiese a Draco, che lei conosceva fin da bambina avendone da sempre frequentato la casa con i genitori.
«Nulla, Daph. Torna a letto. Stiamo solo facendo conoscenza con questa deliziosa signorina.»
Leni guardò la ragazzina come un marinaio la terra dopo un secolo di estenuante navigazione. Salì alla svelta i gradini per raggiungerla.
«Ciao, sono Leni e mi sono appena trasferita con mio fratello. Purtroppo siamo arrivati molto tardi e non mi hanno assegnato una stanza» disse senza quasi respirare.
«Non ci sono problemi, se vuoi in camera mia c’è un letto libero» rispose Daphne gentile.
«Sarebbe fantastico!»
«Il tuo baule non c’è?» domandò la futura signora Weasley guardandosi attorno perplessa.
«Purtroppo non è ancora arrivato» spiegò pronta Leni.
«Magari possiede solo quello che indossa» udì suo padre commentare in fondo alle scale, mentre ridendo batteva le mani ai due compari, in segno di intesa.
Sì, decisamente avrebbe voluto schiantarlo.
Daphne la accompagnò nella stanza e le mostrò l’armadio e la posizione del bagno: era veramente una creatura dai modi gentili, si capiva facilmente perché suo zio non se la fosse fatta scappare.
Aveva sentito per caso la storia di come era sbocciato l’amore fra i due sanguepuro perché il racconto implicava ricordi poco felici per suo padre.

Ron, ormai da qualche mese giovane e impettito apprendista Auror, aveva assistito a numerosi interrogatori dei seguaci del defunto Lord Voldemort. Quasi tutte le famiglie di sangue puro erano state chiamate a deporre davanti al Wizengamot in quella che sarebbe passata alla storia come la Grande Inquisizione. Malgrado si tentasse di mantenere un giudizio non di parte, davanti ai racconti di alcuni orrori era veramente difficile rimanere imparziali.
In particolare il procedimento a carico di Lucius Malfoy era stato quanto mai drammatico. Il capostipite dell’antica casata non appariva per niente pentito dei suoi trascorsi ed era, anzi, fermamente convinto della sua superiorità di nascita. La moglie aveva cercato più volte di farlo ragionare, ma lui sembrava preda di una febbrile pazzia, cosa che gli aveva assicurato un posto d’onore nel reparto psichiatrico di Azkaban.
Draco e la madre erano usciti da quella esperienza semplicemente devastati.
Anche la famiglia Greengrass non era sfuggita al destino comune. I genitori erano morti nell’ultima battaglia a Hogwarts svelando chiaramente per chi avessero parteggiato e avevano lasciato le due giovani figlie con un notevole patrimonio e una spettrale solitudine: erano come appestate.
Ron aveva osservato a lungo quelle ragazze ascoltare sconvolte le testimonianze contro i genitori. La sentenza era stata semplice: parte delle sostanze delle due giovani sarebbero andate come risarcimento alle vittime di quella follia mentre loro, non essendo direttamente coinvolte negli eventi, erano libere di tornare alla loro vita.
Astoria si era alzata dal banco per raggiungere a capo chino l’uscita quando una voce sottile, ma decisa, aveva increspato l’aria.
Daphne stava in piedi davanti ai membri del tribunale, con le mani intrecciate sul petto e lo sguardo velato di lacrime: «Purtroppo non posso riparare ai torti fatti dalla mia famiglia se non in parte con dei freddi denari, ma, vi prego, permettetemi di riavere le spoglie dei miei genitori per seppellirle in un luogo sicuro, così che anche noi si possa almeno godere del conforto di saperli vicini.»
Il silenzio era calato sull’assemblea, a nessuno era venuto in mente che in fondo quei folli erano pur sempre padri e madri che avevano allevato, almeno in alcuni casi, persone degne.
Il giovane Auror rimase colpito dalla semplice forza di quella richiesta, e il destino volle che gli fosse affidato il compito di assicurarsi che venisse esaudita.
Quando era arrivato con la carrozza funebre davanti all’antico maniero era rimasto meravigliato da quanto fosse riccamente decorato. Non sembrava però esserci più vita in quella dimora. Suonò al campanello aspettandosi di veder comparire un fantasma, invece comparve un vecchissimo elfo domestico che lo fece accomodare in attesa dell’arrivo delle ragazze.
Arrivarono le donne accompagnate dalla loro vecchia balia. Erano completamente vestite di nero, e si trovò suo malgrado a pensare quanto fosse bella la maggiore delle sorelle Greengrass.
Astoria lo trattò con freddezza, andandosene subito con la balia a ordinare ai domestici di prelevare i corpi per adagiarli nella tomba di famiglia all’interno del grande parco.
Ron, il cui imbarazzo era ben evidente dalle variegate sfumature delle sue orecchie, fece per andarsene avendo adempiuto al suo compito, quando improvvisamente si trovò fra le braccia Daphne piangente.
«Grazie, grazie» gli disse piano.
L’uomo si trovò imbarazzato a quel contatto intimo inaspettato, ma sentì dentro di sé che non avrebbe mai permesso a nessuno di farle del male.
La cosa nel giro di pochi anni portò a un gioioso matrimonio a cui Astoria non partecipò, adducendo impegni inderogabili all’estero.
Narcissa si era invece presentata, ma non aveva mancato di commentare negativamente tutto, dai fiori alla torta. Dopo qualche mese era arrivata la piccola Hope a rallegrare con il suo visino paffuto e gli occhi vispi la nuova famiglia.

Handy aveva tentato invano di convincere la signora grassa a farlo entrare ma quella sembrava sorda alle sue suppliche. Era ormai rassegnato a passare la notte in corridoio quando, da dietro l’angolo, sbucarono Fred e George Weasley di ritorno dall’ultima missione notturna.
«Ehi, cosa ti è successo?» chiesero i due.
«Ciao. Sono nuovo e questa gentile signora non sembra intenzionata a farmi passare» rispose Handy sorridendo amichevole.
«Non ti preoccupare, alla megera pensiamo noi» dissero in coro mentre gli porgevano la mano.
I tre, varcata la soglia della Sala Comune, trovarono due ragazzi intenti a discutere animatamente.
«Ron, non so più come farti capire che lui non è contento di essere stato iscritto al torneo e di dover rischiare la vita con delle stupide prove» spiegava seria una giovane Hermione, cercando di convincere Ron che Harry non voleva affatto essere al centro dell’attenzione.
«Cosa succede?» chiese Fred prima di accomodarsi sul bracciolo destro del divano.
«Pare che qualcuno soffra di invidia» ipotizzò George sedendosi su quello sinistro.
«Lasciatemi stare» intimò Ron piccato mentre i due lo fissavano ridendo.
«A proposito, abbiamo recuperato un Grifone disperso» comunicarono indicando Handy che, nascosto dal buio, non era ancora stato notato dai due litiganti.
Hermione, accortasi del ragazzo, si alzò educatamente e lo raggiunse per stringergli la mano.
«Piacere, io mi chiamo Hermione» asserì sfoderando un meraviglioso sorriso di benvenuto.
«Pi… acere. Io mi chiamo Handy» replicò lui senza accennare a liberarle le dita.
Anche Ron si avvicinò per presentarsi e gli sussurrò scherzosamente: «Temo che la mano le serva.»
«Scusami» mormorò Handy imbarazzato.
«Non ti preoccupare» conciliò lei ancora più imbarazzata; quel ragazzo aveva qualcosa di familiare.
Il nuovo arrivato fu subissato di domande a cui cercò di rispondere senza contraddirsi.
«Bene, Handy» disse infine Fred. «Sei veramente fortunato! C’è un bel letto che ti aspetta nella nostra stanza.»
«Fantastico» ribatté il giovane poco convinto: gli scherzi notturni dei due gemelli ai compagni erano ormai leggenda e per questo nessuno si azzardava a stare in camera con loro. Lo sapeva bene quel povero ragazzo del terzo anno che si era svegliato a mezz’aria fra il letto e il soffitto, dopo essere stato scelto come collaudatore involontario della nuova pozione antigravità.
Il giovane Malfoy si coricò terrorizzato da quello che gli sarebbe potuto succedere, ma la stanchezza delle giornate precedenti ebbe il sopravvento e si addormentò immediatamente, cullato dal russare ritmico dei due gemelli Weasley.
Il mattino successivo, rinfrancato dalla bella dormita, si avviò a far colazione chiacchierando allegramente con i nuovi amici a cui si erano aggiunti un pensieroso Harry, preoccupato per la prima sfida del Torneo Tre Maghi, e una spumeggiante Ginny: Lily era veramente identica a sua madre.
Appena entrato nella Sala Grande venne strattonato di lato da una Leni furiosa.
«Finalmente! Dormito bene?» gli chiese in tono ironico.
«Sì, grazie, e tu?» ribatté lui timidamente, sapendo bene che la faccia della sorella non prometteva nulla di buono.
«Magnificamente! Adoro prima essere mollata nelle grinfie di un vecchio pazzo e poi dovermi trattenere a stento dal lanciare uno Schiantesimo a mio padre. Se non fosse stato per zia Daphne a quest’ora sarebbe in infermeria» sostenne inviperita.
«Cosa? E perché avresti dovuto?» insorse lui basito.
«Lo sai che è il ragazzino più odioso che io abbia mai avuto la sfortuna di conoscere?»
«Mamma invece è fantastica» affermò lui sorridendo. «Anche Ron, Harry, Ginny, George e Fred. Sai, zio George insieme al fratello è incontenibile, adesso capisco cosa intendesse mamma dicendo che dopo la morte di Fred si era molto calmato.»
«Mi dispiace interrompere questa tua meravigliosa rimpatriata familiare, ma vorrei capire cosa diavolo sta succedendo e come abbiamo fatto a ritrovarci qui» questionò alzando un po’ troppo la voce. Gli astanti ancora assonnati si voltarono verso di loro.
«Non urlare» la pregò Handy, «nel pomeriggio andremo in biblioteca a cercare il libro della Giratempo e vedremo di capirci qualcosa. Nel frattempo cerchiamo di comportarci nel modo più disinvolto possibile.»
«Va bene» acconsentì lei sbuffando. «Tra l’altro quell’angioletto di papà mi ha fatto un interrogatorio di terzo grado sulle mie origini, gli ho detto che il nostro cognome è Flamyò per cui cerca di ricordartelo.»
«Flamyò? Ma da dove te lo sei inventato?»
«Se non ti sta bene fai richiesta per cambiare il cognome» rimbeccò stizzita. Il ragazzo fece cenno di no con le mani, doveva proprio aver passato una brutta nottata.
La professoressa McGranitt notò i due giovani che stavano discutendo animatamente e si girò verso il professore di Pozioni alla sua destra: «Severus, chi sono quei due che parlano nell’angolo?»
«I gemelli Flamyò» riferì lui annoiato. «Si sono trasferiti ieri, li ho trovati questa notte che cercavano inutilmente la strada per il dormitorio.»
«Capisco. Strano, Albus non me ne ha parlato. Con il viavai di questi giorni e quello che è successo con Potter se ne sarà dimenticato.»
«Già, a quanto pare il signor Potter sembra volerci rallegrare ogni anno con qualche performance diversa. Ormai questa scuola è diventata peggio di un porto di mare» commentò l’uomo evidentemente infastidito e inconsapevole di aver appena dato ufficialmente il benvenuto ai gemelli Flamyò.
La mattinata di lezioni passò abbastanza tranquilla, malgrado il professor Piton avesse cercato di mettere in tutti i modi in difficoltà i due nuovi arrivati e la professoressa McGranitt continuasse a fissarli pensierosa.
Si avviarono verso la Sala Grande per il pranzo mentre Handy presentava la sorella a tutti i nuovi amici che via via incontravano sulla loro strada. Era arrivato solo da dodici ore ed era già il re della festa.
Leni era di umore tutt’altro che allegro; solo la vista di Daphne che la chiamava al tavolo dei Serpeverde le fece tornare un po’ il sorriso. Salutò i Grifoni e raggiunse la ragazza, evitando con lo sguardo Draco e i suoi sgherri che la fissavano parlottando fra loro.
Handy aveva preso posto davanti a sua madre. Era proprio bella, con quel sorriso così dolce che lo aveva consolato tante volte. Mangiava fra Harry e Ron ripassando qualcosa su un vecchio libro appoggiato accanto al piatto.
Accortasi del giovane che la fissava imbambolato da qualche minuto, alzò lo sguardo. «Tutto bene?» chiese arrossendo.
«Sì, grazie» rispose lui, poi si rimise a mangiare sotto lo sguardo divertito di Harry e quello scocciato di Ron.
Dopo aver osservato seria tutta la scena dal tavolo dei Corvonero, Luna, con aria assente, si alzò per fermarsi a osservare la testa del nuovo arrivato come una palla di cristallo: «Tu e Hermione avete il colore dei capelli identico e anche gli stessi occhi.»
Adorabile zia Luna, non le sfugge proprio niente, meditò Handy sorridendo fra sé.
«È vero!» aggiunse Ginny entusiasta. «Chissà quante altre cose avete in comune» aggiunse sorniona.
Handy ebbe la spiacevole sensazione che sua zia stesse cercando di fidanzarlo con sua madre, e così si alzò di scatto, quasi scappando dal tavolo, adducendo un importantissimo impegno di cui si era scordato.
Vedendolo fuggire dalla sala, Leni lo tallonò preoccupata, non abbastanza velocemente però da evitare il suo compagno preferito: «Poverina, si vede che è abituata a dover mangiare molto poco» commentò Draco scatenando l’ilarità dei convitati, tranne quella di Daphne, ormai veramente arrabbiata.
Raggiunse il fratello nel corridoio. «Handy, perché scappi?»
Il ragazzo si fermò. «Non sto scappando, è che quella pazza di zia Ginny si comporta come se io e mamma dovessimo fidanzarci» rivelò lui sconvolto.
Leni rimase in silenzio un attimo poi scoppiò in una fragorosa risata. «Allora i racconti di mamma sui tentativi della zia di appiopparle un fidanzato erano veri.»
«Già, pare proprio di sì» confermò lui rilassandosi di poco.
«Visto che grazie al tuo fascino irresistibile abbiamo dovuto saltare il pranzo, approfittiamone per andare subito in biblioteca a cercare il testo» lo esortò Leni e si incamminò trascinandolo per un braccio.
Trovarono con discreta facilità il libro che cercavano. La copertina amaranto era nuova come se fosse appena stato pubblicato, e scorrendo le pagine scoprirono anche il famigerato biglietto. Capirono finalmente il perché della loro situazione.
All’interno scovarono anche una tavola, che doveva essere andata perduta negli anni, con i disegni originali della Giratempo fatti dal signor Oris in persona. Appresero così che le due basi rotonde in oro della clessidra in realtà erano incise in modo da consentire una ulteriore divisione temporale in giorni e ore; insomma, usandolo bene poteva essere un marchingegno molto preciso.
«Guarda se dovevamo usare un libro con solo metà delle spiegazioni e quelle poche pure sbagliate» rimarcò Handy, dondolandosi in bilico sulle gambe posteriori della sedia con il rischio di spaccarsi l’osso del collo.
«E adesso cosa facciamo?» irruppe Leni, tentando invano di tenerlo con i piedi per terra.
«Passiamo al piano B» replicò lui sicuro.
«E sarebbe di grazia?»
«Semplice: facciamo piangere Piton» chiosò con un sorriso beffardo.

Capitolo 9