Gemini – Capitolo 7

Errata Corrige

Una pallida alba settembrina aveva assistito muta alla materializzazione dei gemelli davanti ai cancelli di Hogwarts. Il vento dalle montagne increspava leggero le torbide acque del lago, intrufolandosi giocoso negli alti cerchi dorati del campo di Quidditch. Avevano tanto insistito per poter rimanere con i genitori, ma era parso a tutti più sicuro saperli nella grande scuola che già in passato aveva protetto, o almeno tentato, tanti ragazzi.
Il pallore di Leni era tale che Al, raggomitolato su una poltrona della Sala Comune di Serpeverde, destandosi aveva creduto per un attimo di avere visto un fantasma. La giovane lo aveva fissato prima di lasciarsi cadere stremata sul divano di fronte al caminetto.
Lui si era alzato dal suo giaciglio improvvisato e le si era seduto accanto, coprendo entrambi con un caldo plaid dai colori sgargianti, regalo di nonna Molly.
Dopo qualche secondo di assoluto silenzio aveva ritrovato il coraggio di chiedere: «Come stanno?»
Due occhi di vetro irrimediabilmente segnati dal pianto cercarono i suoi. «Sono condannati a morte.»
Al le strinse la mano sotto la soffice coperta: era gelata. La giovane donna che gli sedeva accanto sembrava svuotata, come se qualcuno le avesse succhiato via il calore dal corpo, trasformandola nel simbolo vivente della sua Casa.
Leni cominciò sommessamente a raccontare la peggiore notte della sua vita tenendo gli occhi fissi sulle poche braci ancora ardenti nel camino, i cui riflessi a stento interrompevano la notte intorno a loro. Spesso il racconto rimaneva sospeso come se il solo sforzo di parlare potesse ucciderla.
Al, in silenzio, ascoltava paziente, accarezzandole gentilmente con il pollice il dorso della mano con l’augurio di lenire un po’ il suo dolore. Quando ebbe finito le circondò le spalle con il braccio per attirarla a sé, protettivo. Lei gli posò il capo sul petto, cingendogli la vita con le braccia sottili e lasciando che i sensi assaporassero quel gesto intimo silenziosamente agognato da entrambi.
«Cosa pensano di fare?» chiese Al passando la mano fra i lunghi filamenti dorati.
«Per ora cercano solo di tenerli in vita il più a lungo possibile, nella speranza di trovare una soluzione. Purtroppo non possiamo ottenere le lacrime del professor Piton. L’unica possibilità sarebbe tornare a ieri sera per impedirgli di mangiare i cioccolatini, ma purtroppo le Giratempo sono andate tutte distrutte la notte della battaglia al Ministero della Magia.»
Leni alzò il viso, fino a sfiorare con la guancia quella dell’amico che cercava di rincuorarla anche con gli occhi, come aveva sempre fatto dal loro primo incontro, e improvvisamente i sentimenti celati per troppo tempo presero il sopravvento. Senza quasi accorgersene, sfiorò con le labbra quelle di lui, iniziando un tenero, lunghissimo bacio.
Al la strinse tra le braccia, il cuore ruggente nel petto, il terrore di sentir sciogliere quell’abbraccio e vederla fuggire via come sabbia fra le dita.
Quando mancò il respiro a entrambi rimasero a lungo occhi negli occhi, assaporando il dolce desiderio esaudito.
«Sarà meglio che tu vada a riposare» suggerì lui, alzandosi per avvolgerle la coperta intorno al corpo, come uno scialle.
«Non posso dormire! Ogni minuto che passa toglie un alito di vita ai miei genitori.»
«Sono sicuro che troveranno una soluzione. Le menti migliori del mondo magico stanno lavorando per questo» la incoraggiò il Serpeverde con l’intento di convincere più se stesso che Leni. Non poteva finire male, suo padre e lo zio Ron avrebbero trovato una soluzione, ne era sicuro.
«Lo so, ma non ci sono rimedi» pigolò Leni, il viso di nuovo trasfigurato in una maschera marmorea.
«Non devi perdere la speranza!» la rimbeccò accompagnandola verso la scala del dormitorio femminile.
Salito il primo gradino, la ragazza rimase aggrappata alla sua mano, poi di colpo si voltò. Lo sguardo di nuovo vivo, come se la stanchezza fosse improvvisamente passata.
«Sono una stupida, stupida! Ma come ho fatto a non ricordarmelo prima, ecco cosa dobbiamo fare!» gridò prima di lanciare lontano la coperta con una forza inaspettata. Cominciò a camminare in tondo intorno al mobilio della sala, ormai quasi completamente buia, gesticolando convulsamente.
Al la guardava spaventato all’idea che le troppe emozioni le avessero infine fatto perdere il senno.
«Dobbiamo assolutamente andare dalla preside!» sentenziò, per poi lanciarsi fuori come una furia dal dormitorio, diretta alle scale.
«Cosa c’entra adesso la preside?» chiese Al, tentando invano di tenere il suo passo.
La signora grassa venne malamente svegliata dal tono perentorio di Leni che cercava di convincerla a farla entrare nel covo dei Grifoni mentre Al, con il fiato corto e i capelli ancor più scompigliati del solito, la guardava stranito.
«Devo entrare subito!» intimò con un piglio da vera Malfoy.
La povera dama ancora assonnata guardava basita i due giovani senza riuscire nemmeno a ribattere con una delle sue famose ramanzine sulla proibizione di girare nei corridoi di notte.
La ragazza ululava nel vano tentativo di farsi aprire quando la porta si spalancò. «Cosa state combinando?» insorse Handy perplesso.
«Fammi passare» replicò la sorella spostandolo bruscamente dalla porta.
La Sala Comune si era trasformata nella sede del più triste pigiama party della storia di Hogwarts.
Qualcuno si asciugava le lacrime, qualcun altro minacciava fuoco e fiamme contro il miserabile che aveva osato tanto.
Non appena videro entrare l’amica, Hope, Roxanne e Alice le andarono incontro premurose.
La giovane annunciò a gran voce: «Ho trovato una soluzione!»
Sette paia di occhi la fissarono stupefatti.
«Cosa stai dicendo?» irruppe il fratello. «A meno che tu non abbia qualche potere di cui non sono a conoscenza, non vedo come fare visto che non esistono più meccanismi per gestire il tempo» illustrò prima di lasciarsi cadere su una poltrona, un ginocchio mollemente appoggiato al bracciolo.
«Qui ti sbagli. Tutti pensano che non esistano più Giratempo, ma una è proprio qui a Hogwarts, sotto i nostri occhi.»
«Dove?» insisté un coro di voci.
«Al collo della nostra amata preside!» rispose Leni sicura.
«Cosa? Ma quello è solo il ciondolo che portava al collo Silente.»
«Certo, ma se aveste letto meglio la Storia di Hogwarts sapreste che in realtà quel ciondolo non è altro che una Giratempo. La prima creata, per essere esatti. Donata a Silente direttamente dal suo vecchio amico Oris Inventer.»
«Abbiamo letto la storia» disse Fred, «ma è solo un prototipo. Un gingillo che non penso sia mai stato in grado di funzionare.»
«Penso sia venuto il momento di provarlo!»
«E come pensi di fare per averla? Vuoi usare un oggetto potenzialmente molto pericoloso» la redarguì Hope, «i tuoi nonni e la preside non ti permetteranno mai di rischiare la tua vita.»
«Lo so ed è per questo che non penso di chiedere il permesso, ma di andare a prendermela.»
«Vorresti derubare la preside?» domandò Al sbigottito.
«È esattamente quello che intendo fare» confermò Leni.
«No» controbatté Handy, alzandosi in piedi, «è esattamente quello che io intendo fare.»
Ci furono dieci minuti di pura follia: ognuno cercava di sovrastare la voce degli altri, chi per cercare di dissuadere i gemelli, chi per suggerire il piano migliore per mettere a segno il furto.
Alla fine Handy gridò: «Basta! Ho deciso e lo farò questa notte. La professoressa Stinker ha creato una pozione che rallenta i sintomi per circa quarantotto ore e non possiamo aspettare oltre.»
«Io vengo con te» disse Lily.
«Non ci pensare nemmeno» obiettò Handy, «non vorrai farti espellere una volta per tutte?»
«No! Ma mio fratello sarà felice di prestarci un certo mantello e io potrò consultare una pergamena utilissima in questi casi» gli sussurrò, tirando fuori dalla tasca la famigerata mappa del malandrino.
«Hai veramente un mantello dell’invisibilità?» chiese Handy all’amico.
«Sì, un gentile lascito di James» rimarcò Al, sconsolato all’idea di vedere il suo più caro amico e la sua neo ragazza rischiare l’osso del collo con uno strumento di dubbia efficacia.
«Magnifico! Prepariamoci per andare a lezione così non desteremo sospetti. Questo pomeriggio organizzeremo il tutto.»
«Perfetto, capo» ribatté Lily con un cenno marziale con cui riuscì a far comparire per un momento un sorriso sincero sul viso del giovane: una vittoria non da poco vista la nottata appena passata.
I ragazzi trascorsero le ore pomeridiane in biblioteca a fare ricerche sulla Giratempo incriminata, e per l’ora di cena il piano era stato delineato nei minimi dettagli.
Handy avrebbe voluto usare l’oggetto magico da solo, ma la sorella era stata irremovibile: avrebbero avvolto insieme la catenina intorno al collo come già in passato avevano dovuto fare due amici fraterni, anche se la Giratempo non era la stessa di quella volta.
La McGranitt dopo cena restò come di consueto nel suo studio fino alle undici, poi si incamminò verso la sua stanza. Diede un leggero colpo di bacchetta alla porta aprendola, ma delle urla terribili attirarono la sua attenzione verso il fondo del corridoio. Sentì come uno strano movimento d’aria alle sue spalle, ma voltandosi non vide altro che la camera buia, perciò andò spedita verso la tempesta con la bacchetta in pugno. La scena che le si parò davanti la lasciò sbigottita: Fred e Al si fronteggiavano e sembravano in procinto di venire alle mani mentre tre ragazze, di cui una in lacrime, cercavano inutilmente di riportarli alla calma.
«Cosa sta succedendo?»
I due ragazzi si bloccarono e fissarono muti la professoressa, con aria colpevole.
«Nulla. Solo che questa serpe mi ha insultato dicendo che battere Grifondoro alla prossima partita sarà uno scherzo, visto quello che è successo con Corvonero» spiegò Fred.
«Signor Potter, Signor Weasley, sono sconvolta dal vostro comportamento. Mentre i vostri amici passano ore terribili voi litigate come stupidi troll per una partita di Quidditch. In quanto a voi, signorine, circolate per il castello quando non è consentito. Cento punti in meno a tutte e due le Case e tornate nei vostri alloggi a meditare sulle vostre azioni.»
«Sì, signora preside» risposero i due contendenti con aria quasi angelica.
Si avviarono tutti verso il settimo piano mentre Alice, forse troppo presa dalla parte o immaginando i rimbrotti del padre, non smetteva di piangere.
«Sono riusciti a entrare?» chiese Leni correndogli incontro mentre oltrepassavano la porta segreta.
Al dispiegò la mappa sul tavolo, sorridendo felice alla sua bella serpe. «Sì, sono dentro» confermò.
La preside entrò in camera sospirando. Il grande specchio dalla cornice in legno intarsiato le rimandò l’immagine di una donna fiera ma molto stanca.
Oh, Albus, come avrei bisogno di un tuo consiglio in questo momento, pensò mentre si spostava verso il paravento cinese laccato, su cui spiccavano due meravigliose fenici in oro nell’attimo di involarsi verso un cielo nero trapuntato di stelle.
«Poveri noi, sta venendo da questa parte» sussurrò piano Lily e calpestò un piede a Handy che trattenne a stento un urlo di dolore.
«Lo avevo detto che era una pessima idea nascondersi qui dietro» rincarò il ragazzo con un filo di voce.
Strisciarono lungo il muro e si allontanarono appena in tempo dal loro riparo di fortuna. Rimasero pigiati a lato della grande finestra da cui un tempo l’anziana donna aveva assistito alle prime schermaglie fra i loro padri, intenti a esibire la propria destrezza su un manico di scopa.
Il pesante vestito blu, strascicato sul pavimento, lasciò presto il posto a una morbida camicia da notte panna, abbellita da ricami dorati sui polsi e sul petto. La preside, dopo essere uscita da dietro ai pannelli, si diresse a un piccolo tavolino dalle lucide gambe bombate su cui stavano un piccolo catino e una brocca d’acqua. Si sedette sullo sgabello, posizionando meglio lo specchio basculante del secretaire. Tolse il prezioso ciondolo dal collo per riporlo nel vecchio svuotatasche in pelle di drago e, sciolti i capelli, cominciò a spazzolarli con delicatezza. Li raccolse quindi in una treccia morbida e infilò una candida cuffia, avendo cura di stringerla bene intorno alla testa con un fiocco rosso e oro.
«Hai visto?» bisbigliò Lily, tirandogli la giacca della divisa.
«Sì. Appena dorme è nostro» mormorò Handy.
Solo dopo mezzanotte l’anziana donna si coricò, lasciandosi rapire da un meritato sonno ristoratore.
I due ragazzi aspettarono di sentire il respiro diventare pesante prima di muoversi dal loro nascondiglio. La luna ormai quasi piena si rifletteva sul piccolo specchio indicando la strada per realizzare il loro desiderio.
Si mossero con passi lievi per assomigliare il più possibile all’Animagus presente nella stanza. Un piccolo braccio comparve all’improvviso dal nulla davanti al tavolino, per scomparire immediatamente seguito da un flebile luccichio di cristalli.
«Andiamo» disse Handy posandole le labbra vicino all’orecchio.
«Sì.»
Grazie, pensò il ragazzo guardando con affetto la preside profondamente addormentata, è solo un prestito, spero di poterglielo restituire al più presto.
Si avvicinarono guardinghi alla porta: «Alohomora» pronunciò Lily e trascinò verso l’esterno Handir, rimasto ipnotizzato dalla figura dormiente dall’altro lato della stanza.
Corsero a perdifiato fino all’arazzo di “Barnaba il Babbeo bastonato dai Troll” e cominciarono a camminare avanti e indietro per tre volte, facendo comparire sul muro di fronte la porta della Stanza delle Necessità. Trovarono un bel fuoco caldo ad attenderli con otto comode poltrone disposte a semicerchio intorno al caminetto, alcune già occupate dai rispettivi proprietari.
Fred e Roxanne stavano discutendo animatamente con i due neofidanzati sul metodo migliore per celare la scomparsa dei gemelli nel caso non fossero tornati in tempo prima delle lezioni.
Hope e Alice rileggevano attentamente un vecchio libro dalla pesante copertina amaranto nel quale avevano trovato una descrizione particolareggiata della Giratempo di Silente. C’era anche una vecchia foto del giorno in cui era stato donato il prezioso oggetto: un giovane Albus sorrideva stringendo la mano a un già vecchissimo Oris. I due sembravano molto felici, e a un tratto il preside sembrò ammiccare divertito alle due ragazze.
L’arrivo dei valorosi ladri portò il silenzio nella riunione.
«Ci siete riusciti!» esultò Leni e buttò le braccia al collo del fratello.
«Tutto bene. A parte un quasi spogliarello della McGranitt che mi sarei volentieri risparmiato» riferì Handy strizzando l’occhiolino a Fred, quasi sconvolto, e mostrando orgoglioso il bottino agli amici.
«Allora andiamo» lo esortò la gemella con entusiasmo.
«Andiamo» ribadì Handy risoluto.
«Abbiamo calcolato che tornando indietro nel tempo di circa quarantotto ore dovreste intercettare i cioccolatini e forse capire chi sia stato a manometterli» illustrò Hope sicura.
«Mi sembra un’ottima idea. Sono ansioso di fare la conoscenza della persona che ha causato tutto questo» proferì Handy con uno sguardo di fuoco.
«Dovete semplicemente infilare la collana intorno al collo e girare la clessidra per quarantotto volte» spiegò timidamente Alice, mentre cercava inutilmente di non far trapelare la sua ansia.
Leni si accostò ad Al. «Posso parlarti un momento?»
«Certo» rispose lui, seguendola in disparte.
«Promettimi che se non dovessi tornare ti prenderai cura di mia nonna. Lo so che sembra un Dorsorugoso in gabbia, ma in realtà ha sofferto molto e non voglio saperla sola.»
«Lo prometto» affermò Al.
«Promettimi anche che ti occuperai dei miei genitori. Fa’ che siano sepolti uno accanto all’altra nella nostra tomba di famiglia. Un’ultima cosa: che gli vengano sempre deposti candidi gigli e vivaci tulipani gialli e rossi. Sono i loro fiori preferiti.»
«Basta, non dire queste cose» mugugnò Al e rivolse il viso al buio della stanza, irrigidendo violentemente le spalle.
«Ti prego, Al, promettimelo.»
«Te lo prometto» giurò lui, costringendosi a guardarla. «Comunque non succederà nulla di tutto questo, domani mattina andremo a lezione insieme come sempre e i tuoi genitori potranno dedicarsi alla cattura del pazzo che ha cercato di ucciderli» aggiunse perentorio.
Lei sorrise. «Lo spero, così potremo finire anche il discorso che abbiamo iniziato ieri sera. Sono stata una sciocca ad aver aspettato così a lungo.»
Al la strinse fin quasi a toglierle il respiro mentre occhi curiosi li fissavano.
Fred diede un pugno amichevole sulla spalla del primogenito Malfoy, intimandogli: «Ci vediamo presto!»
«Puoi contarci» ribatté l’altro, notando che per la prima volta il rosso non aveva voglia di ridere.
«Cerca di non metterti nei guai senza di me» lo canzonò Lily e lo abbracciò per un brevissimo istante, quasi fosse incandescente.
Handy la guardò per un momento, sbalordito: se non l’avesse conosciuta bene avrebbe potuto giurare di aver visto gli occhi della ragazza velarsi di lacrime.
Seguirono varie pacche sulle spalle e abbracci fraterni.
Alice aveva ricominciato a piangere sommessamente e cercava inutilmente di nascondere il volto dietro al pesante tomo.
I giovani Malfoy si prepararono stringendosi l’uno all’altra al centro del cerchio degli amici.
Presero il ciondolo e delicatamente fecero passare la sottile catenina platinata intorno ai loro colli. Poi Handy cominciò a far ruotare la parte superiore della clessidra contando ad alta voce: «Uno, due, tre, quattro…»
Mentre il conteggio continuava, dal libro che Alice teneva contro il petto cadde un foglietto.
«Ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque…»
La ragazza si abbassò a raccoglierlo, lo aprì e lesse: «Errata Corrige. A pagina cinquantacinque, in riferimento alla Giratempo del professor Silente, è scritto che ogni giro della clessidra corrisponde a un’ora di tempo, ma il professor Inventer ci ha personalmente segnalato che ogni rotazione corrisponde invece a sei mesi. Ci scusiamo con i gentili lettori per l’inconveniente che verrà corretto nelle edizioni successive. Cordialmente, Lucian Chartaceum.»
«Quarantacinque, quarantasei, quarantasette…»
La voce di Alice ruppe il silenzio: «No! Fermatevi!»
Handy la guardò basito mentre pronunciava «Quarantotto», appena prima di sparire nel nulla insieme alla sorella.
Tutti si voltarono verso Alice che tremava come se un basilisco fosse entrato nella stanza.
«Cosa succede?» chiesero, ancora sbalorditi dalla sparizione appena avvenuta.
Lei, incapace di proferire parola, porse il foglietto a Roxanne che lesse meccanicamente ad alta voce. I ragazzi si guardarono sconvolti mentre realizzavano quello che era appena successo.
Hope interruppe il silenzio dei loro pensieri: «Poveri noi, sono tornati indietro di ventiquattro anni!» sentenziò, dimostrando ancora una volta a tutti la sua rapidità nel calcolo matematico.

Capitolo 8