Gemini – Capitolo 6

Lacrimosa Dies Illa

Dopo aver inviato l’anziano gufo di casa Malfoy al Ministero della Magia con la notizia della terribile scoperta, Harry si aggirava per il salotto come un fachiro sui carboni ardenti.
Daphne, trovata la vecchia Nimbus 2001 di Draco, era volata al San Mungo ed era tornata pochi istanti dopo con i soccorsi.
I colleghi della medimaga non avevano potuto far altro che constatare che i due sposi avevano le funzioni vitali al minimo, ma erano ancora vivi. Li avevano trasportati d’urgenza in ospedale.
Con il vecchio apparecchio dello studio Ginny aveva telefonato ai genitori di Hermione, e non era stato semplice trovare le parole per annunciare ciò che era successo alla loro unica figlia.
Sarebbe andata a prenderli lei un po’ più tardi per accompagnarli nel grande policlinico magico, perché i babbani non vi avevano libero accesso. Più di una volta mentre parlava la voce si era nascosta, inseguita da un pensiero terrificante: cosa avrebbe fatto trovandosi al loro posto?
Ron si era smaterializzato per andare in ufficio da dove aveva buttato giù dal letto i migliori pozionisti perché esaminassero subito i cioccolatini.
Era passata un’eterna mezz’ora dal loro arrivo quando le due donne si erano ritrovate intorno al tavolo della grande cucina. Si erano accomodate sulle sedie di paglia e, poggiati i gomiti sulla tavola, sostenevano il capo carico di pensieri pesanti, le mani strette attorno a soffici fazzoletti. Sul piano in noce giacevano dimenticate alcune teglie colme di prelibate pietanze mentre, accanto al lavandino in marmo rosa, un vassoio d’argento sosteneva sei preziosi calici in cristallo: un piccolo esercito schierato, pronto a rendere il proprio servigio.
Harry entrò nella stanza, il viso tirato, sistemandosi più volte gli occhiali con la mano come a contrastare una fata dispettosa che volesse portarglieli via.
«Harry, dobbiamo avvertire Lady Narcissa» disse Daphne, accortasi della sua presenza.
«Lo so» rispose asciutto, meditando su quali fossero le parole più adatte per comunicare a una donna nota per il suo carattere inflessibile che l’unico adorato figlio era in balia della morte.
L’amica sembrò leggergli nel pensiero. «Se vuoi posso parlarle io. Ho frequentato quella casa fin da piccola e con me si è sempre dimostrata ragionevole.»
«Chi lo dirà ai ragazzi!» esclamò Ginny mettendosi una mano davanti alla bocca.
«Penso che vorrà essere lei ad avvertirli» ipotizzò Daphne.
«D’accordo. Io e Ginny ci occuperemo dei genitori di Hermione. Sarà meglio trovarsi direttamente al reparto Fatture Mortali» continuò Harry allungando una mano verso la moglie per farle capire che era ora di andare. I tre tornarono al camino da cui erano entrati festanti solo un’ora prima.
«Nox» pronunciò Harry lasciando la bella dimora avvolta da uno spettrale silenzio, interrotto solo da tre nuvole di scintille color smeraldo.
Daphne si materializzò sulla soglia di Malfoy Manor ormai completamente avviluppato dal buio della brughiera. L’unico segno evidente di vita nella casa era la luce che si irradiava verso l’esterno da una finestra del secondo piano. Picchiò con forza l’anello del batacchio istoriato, attendendo di essere notata. Dopo pochi istanti un elfo domestico aprì la porta.
«Devo parlare immediatamente con Lady Malfoy» annunciò brusca. L’essere la guardò stralunato.
«Non è possibile. Milady si è già ritirata nelle sue stanze e non vuole essere disturbata» rispose come ripetendo la battuta di un vecchio copione.
«Temo invece che dovrò disturbarla» insisté la ragazza spingendolo con gentile fermezza visto che non accennava a spostarsi dall’uscio.
«Non è possibile» protestò lui tentando inutilmente di bloccarla con il piccolo corpo.
«Che cosa sta succedendo?» chiese una voce dall’alto della scala in pietra. «Daphne? Sei tu? Non mi dire che con quel matrimonio hai scordato anche le più elementari regole della buona educazione.»
La giovane maga trattenne a stento la risposta dovuta a quella allusione circa la cattiva influenza del marito.
«No, Lady Narcissa, non l’ho dimenticata. Ma alcuni accadimenti sono più importanti anche delle buone maniere.»
La donna cominciò a scendere le scale, la mano serrata sulla balaustra, lo sguardo intenso fisso sulla più cara amica di suo figlio, mentre il cuore impazzito intuiva che quella visita notturna non fosse foriera di buone notizie.
Fece strada alla giovane signora Weasley fino al salottino verde, si sedette e ascoltò senza battere ciglio il racconto di come il suo amato sangue giacesse ora rigido in preda a una mortale incoscienza. Si preparò con un impercettibile colpo di bacchetta, impartì gli ultimi ordini agli elfi, lasciando cadere ogni gelida parola come fosse un chicco di grandine, e scomparve nel camino con Daphne alla volta di Hogwarts.

I ragazzi, seduti in circolo nella Sala Comune di Grifondoro, parlavano della giornata appena trascorsa.
Lily gesticolava nell’aria spiegando a Handy, ormai esausto, come avrebbe dovuto fare per evitare il bolide che, colpendolo in pieno viso, lo aveva spedito in infermeria durante la partita contro Corvonero.
Hope, Alice, Fred e Roxanne li osservavano di sottecchi. Il ragazzo pareva desiderare ardentemente di tornare sotto le cure dell’anziana Madama Chips piuttosto che ascoltare, per la terza volta di fila, quello sproloquio sul perché per colpa sua avessero “quasi perso la partita”.
«Ma non abbiamo perso» obiettò Fred ridanciano, per placare la cugina.
«Certo! Ma se lui avesse fatto così» spiegò mimando il volteggiare della scopa, «li avremmo annientati!»
«Che qualcuno ci salvi!» rimbeccarono gli altri lanciandole i cuscini delle poltrone.
«Nonna!» gridò Handy saltando in piedi come se avesse visto entrare un drago dalla porta.
«Mamma!» gli fece eco Hope, accorgendosi della madre nel dormitorio.
«Handir, ti devo parlare» decretò l’anziana signora e allungò un braccio nella sua direzione per invitarlo ad avvicinarsi.
Il giovane le andò incontro assaporando il meraviglioso profumo che la contraddistingueva da sempre. L’odore delle splendide giornate della sua infanzia, passate a correre a perdifiato con la gemella intorno alla fontana della casa dei nonni paterni, mentre una ancora giovanile Narcissa, evidentemente divertita, li sgridava per aver sporcato i bei vestiti nuovi.
Il ragazzo le porse il braccio e la fece accomodare su una delle poltrone. Piegò le ginocchia, rimanendo sui talloni, e appoggiò la mano al bracciolo, sfiorandola appena. La invitò con occhi impazienti a raccontare il motivo che l’aveva spinta di notte fin nel cuore del dormitorio nemico.
Gli altri ragazzi avevano attorniato Hope mentre chiedeva spiegazioni alla madre.
Le ginocchia di Handy picchiarono improvvisamente sul pavimento, le mani sul viso a nascondere gli occhi. Il racconto doveva essere terminato. Non osarono guardarlo in viso mentre il destino beffardo si prendeva gioco di lui.
Pochi minuti più tardi Handir Rastaban Malfoy scendeva nei sotterranei di Hogwarts in preda a una rabbia feroce, le labbra sottili tirate come un arco diabolico. Incrociò sulla porta un giovane Serpeverde che formulava la parola d’ordine della sua casa e quasi lo scaraventò a terra per entrare. Il bambino, sbigottito, non osò proferire parola dopo aver scorto il viso del prefetto: sembrava in preda a un sogno terribile.
«Handy, cosa ti è successo?» chiese Leni alzando gli occhi dall’amato libro di Erbologia.
Il fratello la abbracciò come se un vento travolgente potesse portargliela via. Tenendola stretta fra le braccia, le raccontò il motivo della sua disperazione.
Un grido di dolore squarciò il silenzio della sala.
Leni cominciò a dibattersi fra le sue braccia, piangendo come se avesse ingoiato tutto il buio della notte.
Al, che stava scrivendo una lettera ai genitori, uscì allarmato dalla sua stanza. Vide la sua adorata Leni, famosa per il suo contegno, marchio d’onore della sua casata, seduta sulle ginocchia con i lunghi capelli riversi in avanti a battere i pugni per terra maledicendo ogni singola creatura dell’universo.
Scese le scale pensando di trovarsi davanti alla fine del mondo.
Handy cercava inutilmente di calmarla e di farla sedere sulla poltrona, ma la giovane maga era scossa da un tremito irrefrenabile.
Al le si avvicinò, si inginocchiò e la strinse, sperando di poterla calmare come era già successo nel loro passato. La giovane si voltò a guardarlo sorpresa, con il viso stravolto dalle lacrime, prima di lasciarsi cadere fra le sue braccia.
Dieci minuti più tardi Narcissa spiegava alla preside, esterrefatta, gli ultimi accadimenti. I due gemelli in piedi in un angolo, con il mantello già sulle spalle, attendevano ansiosi di poter raggiungere i genitori.
«Qualunque cosa vi serva fammelo sapere» disse la vecchia insegnante di Trasfigurazione che aveva sperato di non dover più assistere a cose del genere nella sua vita. «Penso sia meglio che tu chieda aiuto alla professoressa Stinker. La sua conoscenza in fatto di pozioni è seconda solo a quella di tuo figlio» aggiunse premurosa.
«Ti ringrazio, Minerva. Dille per favore di raggiungerci in ospedale. Ora io e i ragazzi vorremmo andare.»
«Naturalmente» acconsentì sottovoce l’anziana donna, sorprendendosi a voler quasi abbracciare la sua interlocutrice per dimostrarle il suo sostegno, anche se nessuno avrebbe mai osato tanto.

Dentro a una grande stanza fiocamente illuminata stavano due letti gemelli dove, stesi sotto candide coperte, giacevano due corpi abbandonati a un tragico sonno. Nel primo un cuscino lattiginoso celava quasi del tutto le sembianze del suo occupante. Nel secondo si allargava a ventaglio una lunga chioma riccia come se fosse appena stata amorevolmente pettinata.
Accasciati su due sedie in un angolo stavano un uomo e una donna in silenzio, tenendosi per mano.
«Nonno» sussurrò Handy entrando nella stanza, mentre lo sguardo correva veloce al capezzale dei suoi genitori.
Leni seguiva i passi del fratello con gli occhi bassi come se non vedere quella scena marmorea potesse cancellarne l’esistenza.
Narcissa si avvicinò alla consuocera; le due si guardarono un istante prima di abbandonarsi a un abbraccio bagnato di lacrime.
Nessuno l’aveva mai vista piangere, nemmeno quando il marito era stato portato ad Azkaban o quando, mensilmente, andando a visitarlo in quella orrida prigione, lo trovava a fissare il vuoto impettito, con un pazzo atteggiamento autoritario, malgrado le mani invece di impugnare il bel bastone d’argento fossero strette nei lacci metallici della prigionia.
Il nonno aveva abbracciato i ragazzi, due esseri tanto potenti rispetto alla sua babbana natura, ma che in quel momento trovavano nella sua umana gentilezza l’unica consolazione al loro dolore.
Harry e Ron entrarono nella camera con passo discreto, per non disturbare quel momento così privato. Li seguiva la professoressa Stinker.
«Vorrei parlarvi un momento» esordì Harry volgendo uno sguardo affettuoso verso quella riunione dolorosa. «Sembra che i cioccolatini contengano una potente dose di Alito della Morte.»
«Alito della morte?» reiterò Leni sbigottita. «Non ne ho mai sentito parlare.»
«Non mi sorprende» commentò Ron, «in tutta la storia del mondo magico ne sono state distillate solamente tre ampolle. È una pozione di alta magia oscura creata miscelando agli ingredienti tre gocce di sangue del pozionista stesso. Basta aggiungervi in qualunque momento una ciocca di capelli delle vittime designate per avere un intruglio letale.»
«Scusatemi» mormorò la signora Granger, la cui conoscenza di pozioni si fermava alla tisana rilassante creata per lei dal genero, «cosa accade esattamente a chi beve questa sostanza?»
«È simile al distillato della Morte Vivente» rispose la professoressa Stinker, «solo che non esaurisce il suo effetto in diciotto ore, ma porta nel giro di qualche giorno alla morte.» La madre di Hermione non aveva assolutamente idea di che cosa fosse il distillato di cui parlava quella strana donna, ma la parola morte la colpì come una fucilata nel petto.
«A quanto pare c’è stata una morte sospetta ad Azkaban legata all’uso di questa pozione. Kingsley Shacklebolt ha chiesto a Draco di aiutarlo studiando la fiala in possesso del Ministero. Ma evidentemente la terza ampolla è caduta nelle mani sbagliate» spiegò Harry.
Handy, degno figlio di suo padre, esclamò: «Fantastico! Faremo un incantesimo Reperio e la pozione stessa rivelerà a chi appartengono le gocce di sangue. Basterà costringere quel bastardo a darci le sue lacrime per creare l’antidoto. Cosa che penso di poter ottenere senza problemi una volta saputa la sua identità» sostenne stringendo i pugni lungo i fianchi.
«La cosa non sarà così facile» asserì la professoressa strascicando la voce, «il pozionista che l’ha creata è noto, il problema sarà procurarsi le sue lacrime.»
«Non mi interessa» intervenne Leni, «dovessi andare a cercarlo in capo al mondo.»
«Temo» ribatté la donna, «che lui non cammini più in questo mondo da molto tempo. La pozione è un’opera mirabile del professor Piton. E i morti non piangono.»

Capitolo 7