Gemini – Capitolo 4

Talis Pater, Talis Filius

Il vecchio cappello aveva smistato i nuovi allievi, come dardi, nelle quattro Case, e ogni bersaglio, felicemente centrato, veniva salutato con entusiasmo dal battere ritmico di centinaia di mani. Tra queste alcune tentennavano pensose. Per la prima volta, stranamente, non c’erano parenti o amici da accogliere.
Dopo cena i prefetti, su invito della preside, si incamminarono per gli alloggi, seguiti da un codazzo di voci squillanti. Voci che si spegnevano a tratti, basite davanti a un mondo in cui perfino le scale erano dotate di vivace mobilità.
Solo due volte in tutta la storia di Hogwarts erano rimaste fisse al loro posto, monito silenzioso degli accadimenti della vita.
La prima dopo la morte di Silente, la seconda alla fine della guerra, quando l’orrenda battaglia aveva lordato con troppo sangue innocente gli antichi gradini. Erano rimaste così, immobili, come lo scheletro di un albero senza vita.
La nuova preside aveva passato lunghe notti seduta sulla dura pietra a sussurrare, anche a se stessa, frasi di incoraggiamento, come si usava fare con un bambino impaurito che non osava staccare la manina da un appiglio sicuro. Alla fine aveva ottenuto qualche cenno di vita.
Lentamente avevano provato di nuovo l’ebbrezza di librarsi nell’aria, ma solo l’arrivo degli studenti le aveva riportate alla normalità. Come se quelle voci avessero potuto purificarle da passi che mai avrebbero dovuto calpestarle. Ora salutavano giocose quei piedi impazienti che, per loro fortuna, di quel triste periodo avevano solo sentito racconti.
«Seguitemi» ordinò Al nel raggiungere i sotterranei. I corridoi scarsamente illuminati si dipanavano in un labirinto che Leni già si immaginava di dover battere alla ricerca di qualche giovane disperso. Normalmente ci voleva qualche giorno perché le giovani serpi imparassero a riconoscere nei muri, apparentemente tutti uguali, i segni che indicavano la strada sicura verso il dormitorio.
Arrivata nella Sala Comune, osservò i novelli esploratori salire le scale verso quella che avrebbero chiamato per sempre casa e sprofondò felice nella poltrona che l’aveva accolta materna durante tante notti di studio.
Handy arrivò nella sua stanza con Fred che, quanto mai assonnato, si lanciò vestito sul letto, desideroso solo di riposare.
«Cosa fai? Dormi vestito?» irruppe Handy con tono quasi sconvolto.
«Malfoy, a volte sei peggio di mia madre!» ribatté il rosso, combattendo contro le grinfie di Morfeo.
«Contento tu» rimbeccò l’altro con tono piccato.
«Sai, se fossi in te sarei più gentile con l’unica persona che ti può riferire i discorsi fra mia sorella e la piccola Lily.»
Handy inarcò un sopracciglio, stranamente a lui il sonno era improvvisamente passato. «Quali discorsi?» domandò cercando di sembrare il più disinteressato possibile.
Fred, che stava cedendo le armi, bofonchiò: «Qualcosa sul fatto che tu segui mia cugina per i corridoi come un maniaco.» Il tutto fu sottolineato da un poderoso sbadiglio.
«Maniaco?» ripeté Handy con la voce un po’ troppo squillante vista l’ora tarda.
«Sì» ribadì l’altro ormai praticamente vinto, infilando la testa in mezzo a un sandwich di cuscini.
«Maniaco! Ti sembra che io assomigli a un maniaco? E poi lo faccio solo per…» Un russare convulso gli fece capire che la conversazione era finita.
Handy si stese sul letto ancora vestito, cullato da un dolce pensiero: non era infatti la prima volta che qualcuno dava del maniaco alla sua casata.
Si addormentò profondamente, aggiungendosi alla schiera di quelli che predicavano bene ma razzolavano male.

Hermione, tornata nel suo appartamento, era stata accolta dal fedele Grattastinchi, che le era corso incontro protestando. Lo aveva adagiato delicatamente sul piano di marmo vicino al lavandino. Due smeraldi sottili la fissavano seri mentre apriva lo sportello del frigorifero alla ricerca di qualcosa da mangiare per tutti e due.
La lingua rosea del felino aveva cominciato a leccarle una mano con tenera insistenza come per esortarla a essere più veloce. Lo aveva lasciato fare: quel gesto affettuoso era un balsamo che le leccava via dalle mani tagli invisibili. Aveva trovato della carne per lui, ma una nausea pressante l’aveva portata a scegliere per lei solo un pacchetto di biscotti. Sentiva il bisogno di qualcosa di dolce. Con un frollino ancora in bocca raggiunse il bagno, lasciandosi una scia di vestiti alle spalle.
Aprì l’acqua della vasca pregustando il calore che si disperdeva pian piano nella stanza. Si infilò in quel tepore come in una culla mentre un peloso guardiano si accoccolava sullo spesso tappeto.
Chiuse gli occhi e si ritrovò a pensare che era stata stupida a mettersi in una situazione così pericolosa, come se le raccomandazioni babbane di sua madre non fossero servite a niente.
Avrebbe voluto poter chiamare subito Ginny per raccontarle l’accaduto, ma già immaginava il pandemonio che Harry e Ron avrebbero fatto e non aveva voglia di sentirsi dire da altri cose per cui si stava già rimproverando da sola.
La sua mente passò al ricordo dello sguardo feroce di Draco. Non aveva mai visto nessuno così fuori di sé dalla rabbia.
Eppure quegli stessi occhi si erano posati cauti, con gentilezza, sui suoi mentre silenziosi tornavano verso casa. Non si erano scambiati nemmeno una parola.
Si era sentita protetta da quel ragazzo che celava con modi educati una forza impetuosa. Si era sentita piccola mentre la abbracciava sovrastandola di parecchi centimetri. Si era sentita al sicuro.
Si infilò l’accappatoio e strofinò con forza i capelli come per dare una bella lucidata ai pensieri.
Arrivò al letto e si intrufolò fra le coperte senza preoccuparsi di togliere la stoffa bagnata dalla pelle; un sonno pesante la colse mentre, sfinita, pensava che avrebbe dovuto mettersi un pigiama. Il ronfare di Grattastinchi vicino all’orecchio accompagnò gli ultimi istanti di lucidità.
Il mattino seguente il sole, filtrando dalle persiane dimenticate aperte, sembrò volerla incoraggiare a iniziare una nuova giornata di studi. Decise di non dire nulla agli amici, sapeva bene che per troppo amore l’avrebbero trascinata in discussioni interminabili che lei non aveva il tempo di affrontare. Si avvicinavano gli esami del primo semestre e non voleva distrazioni. Ricominciò la sua vita di sempre. Come solo accorgimento comprò un minuscolo orologio fatato che avvertiva, con qualche minuto di anticipo, del sopraggiungere della sera. Con suo rammarico nei giorni seguenti all’aggressione non incrociò più Draco: il corso di Erbologia era già terminato e avrebbe dovuto aspettare fino all’esame per avvicinarlo. Non lo aveva ancora ringraziato per il suo aiuto.
Una cosa era cambiata: da quella sera maledetta aveva la strana sensazione di essere seguita. Più volte si era trovata a voltarsi di scatto o a guardare dietro qualche colonna, giocando a nascondino con i fantasmi.
La sera prima dell’esame stava camminando veloce sotto il porticato, obbedendo al suo prezioso orologio, quando quella bizzarra sensazione si impadronì di nuovo di lei. Si impose di stare tranquilla, allentò un po’ la presa sui libri che portava in grembo e uno le scivolò a terra. Nel raccoglierlo vide spuntare da una colonna quella che sembrava la punta di una scarpa. Il sangue le si gelò nelle vene. Che fossero tornati per fargliela pagare? Questa volta non l’avrebbero trovata impreparata. Appoggiò gli adorati libri al sicuro e, bacchetta alla mano, con il piglio di un drago inferocito si diresse verso i suoi aggressori.
«Venite fuori!» intimò.
Con grande sorpresa si accorse di puntare la bacchetta all’altezza della spalla di un Draco quanto mai divertito.
«Caspita, penso di non averti mai vista così arrabbiata. E non è poco, detto dal maggior esperto al mondo di arrabbiature di Hermione Granger» sottolineò lui trattenendo a stento una risata. «Ora capisco perché Potter non ha avuto problemi ad affrontare l’oscuro signore: aveva fatto un duro allenamento con te.»
«Spiritosissimo, veramente. Soprattutto detto da un maniaco che mi segue per tutta la scuola.»
«Maniaco?» ripeté Draco alzando un sopracciglio con un’espressione fra il sorpreso e lo sconcertato, da tempo registrata sotto il marchio Malfoy. «Ero semplicemente appoggiato alla colonna quando sono stato aggredito.»
«Io non ti ho aggredito! Ho temuto solo che fossero quei due dell’altra sera e mi sono difesa.»
«Non ti preoccupare per quei due» le disse sottovoce accostandole la bocca all’orecchio, «non faranno più del male a nessuno.»
Hermione lo guardò stupefatta. «Cosa intendi dire?» si informò preoccupata. «Draco, che cosa hai fatto?»
«Non mi guardare come se fossi un mostro» insorse lui mentre stringeva gli occhi senza staccarsi troppo da lei, «mi sono semplicemente premurato che ricevessero una lunga visita da parte dell’assistente del rettore.»
Hermione si rilassò un po’ e, senza volerlo, posò lo sguardo sul suo braccio, dove un ben noto marchio gli incideva la pelle. Notandolo, Draco si scostò e lei capì di averlo involontariamente ferito. Cercò di cambiare velocemente argomento: «Ci sarai all’esame domani?»
«Sì» rispose una voce conscia di essere considerata, malgrado tutto, quella di un Mangiamorte.
Hermione lo intuì. «Non fare così» lo implorò con voce strozzata. Doveva ringraziarlo e invece lo aveva offeso.
«Ci si vede» replicò lui, girandosi appena.
Non poteva finire così, e d’istinto lei fece l’unica cosa che le parve sensata: raggiunse le labbra di lui con un tenero bacio.
Draco spalancò gli occhi stupefatto, ma in una frazione di secondo capì cosa stava succedendo e l’attirò baciandola come un novello Cavaradossi davanti al plotone d’esecuzione.
L’indomani sostennero brillantemente l’esame di Erbologia, malgrado le profonde occhiaie e i continui sbadigli di Draco, curati con qualche amorevole pedata da Hermione, rivelassero la loro grande stanchezza.

Fred fu svegliato da una voce che proveniva dal bagno. Qualcuno cantava a pieni polmoni.
«E lucevan le stelle ed olezzava la terra, stridea l’uscio dell’orto, e un passo sfiorava la rena… Entrava ella, fragrante, mi cadea fra le braccia… Oh, dolci baci, o languide carezze, mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli! Svanì per sempre il sogno mio d’amore… L’ora è fuggita… E muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita
«Malfoy, sarai sicuramente disperato se non ti sbrighi a lasciarmi il bagno» lo redarguì Fred picchiando sulla porta.
Il battente si aprì sbattendo vigorosamente; i due si fissarono biechi negli occhi. «Dovresti almeno apprezzare lo sforzo che profondo nell’istruirti» sostenne Handy mentre lasciava il posto all’amico.
«Detto da un maniaco!» esclamò l’altro richiudendosi velocemente l’uscio alle spalle per evitare la tempesta.

Capitolo 5