Gemini – Capitolo 3

Draco Dormiens Nunquam Titillandus

Il treno si era ben presto trasformato in una sorta di bisca a base di cioccorane e annesse cartoline. Le scommesse vertevano principalmente sulla vittoria del campionato di Quidditch e sul nome dell’eroe che sarebbe sopravvissuto all’insegnante di Pozioni, il cui aspetto ricordava quello di un Dissennatore appena fuggito da Azkaban. Era infatti riuscita nel non facile compito di mantenere quel meraviglioso clima che sembrava da sempre voler caratterizzare l’aula del sotterraneo.
Uno scompartimento era quanto mai affollato. I gemelli con Al, Lily e Hope erano stati i primi ad arrivare e ad accaparrarsi i posti a sedere, con il risultato di dover ora tenere in braccio qualche cugina, reale o acquisita, e di essere sovrastati da amici vari.
Victoire, sotto lo sguardo incantato della sorellina Dominique, muovendo con innata eleganza una mano, come per seguire il volo di una farfalla immaginaria, stava cercando di convincere una per niente interessata Lily della sua fortuna. Le spiegava che il malva, colore del momento, con il suo incarnato diafano e i suoi capelli rossi sarebbe stato “semplicemente stupendo”.
La poveretta cercava a forza di trattenere gli sbadigli sotto l’occhio attento e divertito di Handy, ben conscio di quanto alla rossa sarebbe interessato di più un lungo sproloquio sugli ultimi avvenimenti del campionato di Quidditch.
Leni, degna figlia di sua madre, spiegava ansiosa a Fred e Roxanne di aver dato già una sbirciatina, quindi almeno un paio di letture complete, a molti dei libri del programma dell’ultimo anno e di averli trovati piuttosto complicati.
Al, sentendo quella discussione, si chiese se la ragazza avesse fatto qualcosa durante le vacanze che non contemplasse lo stare con la testa china sui libri; dall’aspetto si sarebbe detto di no. D’altra parte non si era mai visto un gene Malfoy abbronzato.
Molly e Lucy dovevano avergli letto nel pensiero perché, indicando la gemella con un veloce cenno della testa, gli avevano rivolto un sorriso sornione accompagnato da una occhiatina di intesa.
«Visto chi sono i prefetti, quest’anno sarà una pacchia» esclamò Lily all’improvviso, zittendo tutti. Al e Leni, prefetti Serpeverde, cominciarono a sudare freddo, immaginando gli scenari che si celavano dietro a quelle parole.
«Non pensare di fare cose strane, signorina» sottolineò Handy, mettendole sotto il naso il suo stemma da prefetto Grifondoro e facendo la sua migliore espressione targata Malfoy – talmente simile a quella del padre da far quasi paura – prima di rivolgere un cenno di intesa alla collega Hope.
«Ti prego» la implorò la cugina con un sorriso sincero tanto simile a quello del padre, «lascia almeno che passi qualche giorno prima di farti togliere dei punti.»
«Non ti preoccupare, mia cara» la rassicurò Lily, ma il suo sguardo non faceva presagire nulla di buono. Una mano nella tasca dei pantaloni controllava la presenza di una certa mappa, che si era rivelata tanto utile fin dai tempi di suo nonno, gentile lascito dell’ormai diplomato fratello maggiore.
D’un tratto delle urla giunsero dal corridoio, mentre le voci di Lorcan e Lysander cercavano di placare gli animi: «Tranquilli, è solo un povero vecchio Fire Crab. Non è pericoloso!»
Leni pensò che quei due avessero un concetto di pericolosità ancor più pericoloso del pericolo stesso, visto che ricordava quello del loro adorato padrino Hagrid. Per i figli di Luna, infatti, qualsiasi animale era un docile cucciolotto malgrado la mole o la sua carica venefica. L’intenso odore di bruciato che seguì pochi istanti dopo fu la conferma che la vecchia tartaruga si era sentita minacciata da qualcosa e aveva risposto nella più classica delle maniere.
In quel momento Alice Paciock fece capolino dalla porta dello scompartimento; i capelli neri legati in una coda di cavallo e il tenero sorriso stampato in volto. Un coro di saluti sottolineò l’entrata della figlia del professore di Erbologia.
Leni trovava la compagnia di Alice molto piacevole, anche perché sembrava essere l’unica a non guardarla come se fosse un Billywig impazzito mentre sosteneva a gran voce che «c’è una gran bella differenza fra un venditore di libri e un libraio».
La ragazza sorrise tra sé rammentando che in fondo c’era solo una persona al mondo che la poteva capire veramente: sua madre. Hermione Granger avrebbe fatto di tutto per i suoi libri, e in un certo senso questa sua passione era stata la causa di quel desiderio i cui frutti stavano ora, non comodamente, seduti sull’Hogwarts Express.
I gemelli amavano sentir raccontare come era sbocciato l’amore fra i genitori. Era bello sentire la dolce voce della mamma narrare, non senza un pizzico di imbarazzo, il loro amore, anche se veniva immancabilmente interrotta, innumerevoli volte, da una certa serpe che aveva sì cambiato pelle, ma che restava comunque un degno figlio di Salazar.

Finita la scuola, Hermione aveva deciso di intraprendere la carriera di medimaga e si era iscritta alla prestigiosa università Aesculapius Magus. Naturalmente era diventata una delle studentesse migliori e i professori, intuendo la brillante carriera che la attendeva, cercavano ognuno di farle scegliere la propria specialità così da assicurarsi nel futuro una valente collaboratrice.
Alla povera Hermione era quasi venuto un infarto il giorno che, apprestandosi a entrare al corso di Erbologia, aveva notato in prima fila una testa di capelli biondi a lei fin troppo nota.
Aveva preso posto nella stessa fila, solo qualche spazio più in là, nella speranza che lui non la notasse, ma una voce divertita aveva sentenziato: «Granger, non pensavo arrivassi in ritardo alle lezioni», togliendole ogni speranza.
«Buongiorno, Malfoy, sono lieta di vedere che ci degni della tua presenza malgrado l’ora antelucana.»
Draco, guardando diritto avanti a sé, aveva sorriso ma non con un ghigno di scherno, piuttosto con quello che nasceva spontaneo sulle labbra di chi riassaporava un gesto familiare.
L’inizio della lezione aveva placato ogni discussione. Nei giorni seguenti alcune compagne di corso, avendo assistito alla scena, le avevano raccontato che il ragazzo studiava brillantemente per diventare pozionista, ma che stava quasi sempre da solo. Non doveva essere facile essere così riconoscibile, la guerra era appena finita e Malfoy era un cognome che non passava inosservato.
Mancava ormai poco all’esame di Erbologia. Le giornate sempre più corte e un cielo senza stelle preannunciavano un inverno particolarmente rigido.
Non si era accorta di quanto fosse tardi fino al momento in cui l’esigenza di riposare un po’ gli occhi le aveva fatto spostare lo sguardo dal volume alla finestra, svelandole così che la sera aveva lasciato spazio alla notte. Sotto gli antichi portici dell’università, Hermione cercava di raggiungere velocemente casa, infagottata in una grande sciarpa.
Camminava rapida con una piccola borsa a tracolla sopra la giacca troppo leggera, tenendo stretto in grembo il tomo di Erbologia. I suoi passi solitari le facevano capire come era stata incauta a non affrettarsi prima. Stava quasi per svoltare l’angolo e raggiungere il portone, quando un massiccio braccio l’aveva ricacciata sotto il porticato. Riuscì a stento a rimanere in piedi e si ritrovò due bacchette puntate alla gola.
Un leggero sudore, freddo come la notte, cominciò a imperlarle la schiena, segno che il suo corpo era pronto a una nuova battaglia. Da molto non provava quella strana sensazione, un misto di paura e furia, da quell’ultima terrificante battaglia al Castello in cui avevano tutti perso la giovinezza a favore della libertà: non le era mancata per niente. Due loschi individui la sovrastavano. L’alito non lasciava dubbi sul fatto che avessero indugiato abbondantemente su numerose bottiglie di Firewhiskey scadente.
«Che bella bambina abbiamo qui» biascicò uno in tono mellifluo, accostandole pericolosamente la bocca al viso.
«Non ti hanno insegnato che non devi girare sola di notte?» aggiunse l’altro, prima di scoppiare in una fragorosa risata.
«Lasciatemi andare» intimò lei cercando di divincolarsi con i libri ancora stretti al petto.
«Non vorrai veramente già rinunciare alla nostra compagnia?» grugnì il primo rifilandole una sonora pacca sul sedere.
«Non vorrete davvero rovinare la vostra carriera accademica in questo modo?» rimbeccò a tono, serrando la guardia. Ma i due non apparivano particolarmente attenti al loro futuro, tanto che non si accorsero di chi era giunto alle loro spalle.
Hermione udì solo la parola Stupeficium prima di vedere uno dei suoi assalitori a terra, privo di sensi. L’altro si voltò spaurito e, annebbiato dai fumi dell’alcool, non si oppose quando una mano, ghermita la sua gola, lo alzò di peso per addossarlo malamente a una delle colonne.
Hermione rimase stupefatta. Ci mise qualche secondo per mettere a fuoco la figura di Draco Malfoy che, con sguardo furioso – sguardo che lei conosceva fin troppo bene –, premeva sul tizio con tutta la forza del suo corpo, quasi a volerlo schiacciare come un lurido scarafaggio.
«Cosa diavolo pensavate di fare?» gli sibilò in faccia. Il furfante cominciò a piangere, pregandolo di lasciarlo andare.
Hermione sapeva bene che effetto poteva fare un Malfoy inferocito a pochi centimetri dalla faccia e provò, anche se solo per qualche secondo, un moto di pietà per la canaglia. «Draco» mormorò. «Lascialo andare.» Ma Malfoy sembrava intenzionato a finire la sua preda. Hermione gli si avvicinò e, mettendogli una mano sulla spalla, sussurrò in tono gentile: «Draco, lascialo andare. Non vale la pena sporcarsi le mani.» Draco parve risvegliarsi a quel contatto e lasciò leggermente la presa. Il tizio farfugliò che stavano solo scherzando, cosa che gli procurò una stretta più forte intorno alla gola. «Draco, lascialo» implorò Hermione nella speranza di essere più convincente. Lui si soffermò un attimo, come per decidere quale maledizione senza perdono fosse la più appropriata, poi, improvvisamente, lasciò andare il giovane che, caricatosi l’amico sulle spalle, sparì in pochi secondi dalla vista dei due studenti.
«Grazie» farfugliò Hermione un po’ imbarazzata per quella strana situazione.
«Stai bene?» si informò lui avvicinandosi.
«Ora sì» rispose lei ritrovando il sorriso.
Istintivamente Draco le portò una mano al viso per scostarle un ciuffo di capelli, quasi una carezza. Hermione arrossì a quel contatto inaspettato. «Se non ti dispiace, preferirei accompagnarti fino a casa.»
«Ti ringrazio.»
Camminarono vicini, in silenzio, senza sfiorarsi, godendo solo dell’esistenza l’uno dell’altra e della protezione della notte e dei propri pensieri. Hermione rimuginava sull’accaduto, il suo orgoglio Grifondoro era stato messo a dura prova: avrebbe dovuto stare più attenta e accorgersi di quei due balordi. Ogni tanto sbirciava il suo silenzioso accompagnatore. Malgrado tutto quello che aveva dovuto affrontare aveva ancora un portamento fiero: era sempre un Malfoy, l’ultimo erede di una dinastia millenaria di maghi.
Arrivati sotto il portone della ragazza, Draco la salutò con una stretta di mano gentile. Attese che si accendessero le luci nell’appartamento e per qualche secondo la immaginò mentre si muoveva per le stanze. Scelse la strada più lunga verso casa sentendosi quasi in colpa per quella intrusione, anche solo mentale, nella sfera privata della ragazza: aveva bisogno di camminare.

«Leni! Leni, mi senti? Ma stai bene? Hai la faccia di una che ha visto un fantasma. Sono cinque minuti che guardi imbambolata fuori dal finestrino, siamo arrivati! Dai, scendiamo! Dobbiamo aiutare Hagrid con i primini» le ricordò Al tirandola per una manica.
«Arrivo, arrivo, tranquillo. E chi se lo perde lo smistamento!»

Capitolo 4