Gemini – Capitolo 2

Il Buongiorno si vede dal Mattino

Alle sei in punto la sveglia aveva colto di sorpresa Leni, mentre ancora si aggirava felice per i suoi sogni incentrati su vittorie schiaccianti di Quidditch, complimenti pubblici per meriti scolastici in Sala Grande – da parte di una preside quasi commossa – e dichiarazioni di amore eterno di un certo ragazzo. I normali desideri che pullulavano nella mente di un qualsiasi membro della stirpe di Salazar.
Una canzone heavy metal a tutto volume aveva invaso la sua stanza e, stando ai grugniti provenienti dalla camera a fianco, non solo la sua. La radiosveglia era stata un regalo degli zii Ron e Daphne. Essendo entrambi i genitori figli unici, era stato naturale per i gemelli considerare in quel modo la relazione con Ron, Harry e le rispettive mogli, giusto per sottolineare ogni giorno di più quanto fosse diventato forte il legame che li univa alle famiglie dei loro migliori amici. Ben felici, Hermione, Harry e Ron avevano incoraggiato i ragazzi a farlo.
Invece Draco ogni volta, inarcando un sopracciglio, con voce profonda precisava: «Zii da parte di madre.» Questa era la scintilla che, sapeva, avrebbe fatto esplodere sua moglie, permettendogli di gustare uno dei loro famigerati diverbi, come ai bei vecchi tempi della scuola.
Lui per primo era consapevole, come Hermione, che queste puntualizzazioni erano frutto più dell’esigenza di mantenere un certo “ruolo”, piuttosto che manifestazione di un vero sentimento. Più volte infatti le loro chiacchiere da freschi genitori, riflettendo sui non più giovani nonni, avevano finito per avere come argomento la sorte degli adorati figli, nel malaugurato caso fosse capitato loro qualcosa di male. Sapere che ora un nutrito stuolo di zii, nonni e cugini acquisiti sarebbe intervenuto per vegliare sui loro ragazzi non poteva che renderli più sereni.
La porta della stanza di Leni si spalancò. «Ma possibile che tu non riesca a far sì che quel coso non distrugga i miei sensibilissimi timpani? Potresti almeno scegliere qualcosa di più adatto per svegliarti, per esempio uno degli studi di Chopin» insorse Handy, entrato nella stanza con l’aria di un reduce da un incontro galante con un Troll, i capelli come tanti aculei sulla testa. Dall’alto di un metro e ottantacinque un paio di occhi semiaddormentati la fissavano in trepida attesa di scuse per il brusco risveglio.
Dal basso del suo metro e settantotto, lei lo squadrò un istante – ormai era alto quanto il loro padre –, prima di sfoderare il suo sguardo più dolce, quello da gattino impaurito – un tenero micino ricoperto di spire – e di rifilargli un tremendo pizzicotto sul braccio.
«Ahia! Sei impazzita? Vuoi che mi presenti a scuola come se avessi avuto uno scontro con un drago inferocito?» In effetti sua sorella, arrabbiata, poteva assomigliare parecchio a un Dorsorugoso Norvegese: era tutta suo padre.
Cominciò ad aggirarsi per la stanza, guardandosi attorno come se fosse l’esploratore di una fitta foresta pluviale babbana, massaggiandosi velocemente il povero arto ferito.
«Dovresti spiegarmi perché questa stanza sembra sempre di più un covo di vampiri.» Il letto e gli armadi in pregiatissimo ebano, il pavimento di ardesia e le pesanti tende color muschio non aiutavano l’insieme che assomigliava pericolosamente al sotterraneo della scuola.
Leni, che si stava già lavando i denti, cominciò a bofonchiare con lo spazzolino in bocca frasi poco gentili che lo esortavano a scoprire l’esistenza di una musica fatta da persone non morte – nel caso dei Vampire Pick, uno dei gruppi musicali preferiti dalla ragazza, questa accezione era quanto mai calzante – con aggiunta di confusi riferimenti a pagliuzze e travi negli occhi, per finire con il badare ai fatti propri, soprattutto quando si aveva una stanza che assomigliava al tendone di un circo.
Handy se ne andò frastornato, non capiva come la sua meravigliosa stanza potesse essere definita così malamente. Le grandi tende rosse con bordature oro, il letto e le armadiature di un caldo color miele attiravano la luce che illuminava felice e spensierata tutto l’ambiente. Un pianoforte, sepolto da un imprecisato numero di libri e modellini vari, faceva bella mostra di sé. Sulla parete di fronte si ergeva l’impressionante collezione di dischi di musica classica, una raccolta che avrebbe fatto invidia al più fornito negozio babbano.
Fin da piccolo aveva cominciato ad ascoltarla con il nonno materno, il quale, felice per il vivo interesse del nipote, gli aveva regalato preziose edizioni. Così il giovane grifone si era ritrovato ben presto a essere un vero e proprio esperto. Riusciva a individuare da poche note una qualsiasi aria d’opera o sinfonia, riconoscendo al volo le voci dei cantanti o il direttore d’orchestra, dal piglio più o meno deciso.
«Ragazzi, sbrigatevi! Altrimenti faremo tardi!» li esortò Hermione dal corridoio.
«Sì, mamma!» rispose un coro di voci, tra cui anche quella di Draco con chiara intenzione canzonatoria.
Hermione era quello che si poteva definire senza indugi una macchina da guerra quando si trattava di dover organizzare qualcosa; se poi l’oggetto del suo interesse era la partenza per il nuovo anno scolastico dei suoi figli, il tutto si trasformava in una vera e propria impresa biblica.
Dopo aver a lungo insistito perché tutti andassero a letto presto in previsione della levataccia mattutina, era praticamente rimasta sveglia fino a ore piccolissime. I ragazzi avrebbero anche provato a dormire volentieri se non fosse stato che la madre entrava ogni cinque minuti nella loro stanza, accompagnata dal lucore del corridoio. Cercando di muoversi al buio come un ninja, aveva finito per sbattere contro ogni parte del mobilio, con conseguenti imprecazioni di dolore strozzate malamente in gola, solamente per controllare, per la centesima volta, che avessero messo nei bauli tutto l’occorrente. Il marito era dovuto intervenire, sequestrandola nella loro camera da letto e intimandole, con uno sguardo tra il furioso e l’implorante, di deporre le armi o almeno cessare il fuoco per qualche ora.
Ogni anno Draco aveva provato a persuaderla che era assurdo affrontare un viaggio di tre ore in macchina per raggiungere King’s Cross quando sarebbero bastati pochi istanti con la normalissima Metropolvere. Aveva tentato invano di convincerla che non trovava, al contrario della donna, per nulla divertente dover affrontare il traffico cittadino impazzito e la difficoltà di posteggio, per non parlare degli sguardi incuriositi dei passanti.
Non capitava spesso di vedere una bella signora riccia cercare, con aria perentoria, di far capire il funzionamento dei carrelli portabagagli a un uomo visibilmente sull’orlo di una crisi di nervi, disperato all’idea di dover depositare due enormi bauli su dei “trabiccoli diabolici”.
Erano quindi arrivati come al solito in perfetto ritardo. I ragazzi si diressero felici verso un anonimo muro fra i binari, inseguiti dal brusio concitato dei genitori, per ritrovarsi nella familiare confusione che regnava ogni anno al binario 9 e ¾. La gente si affrettava a caricare i bauli sul treno mentre i bambini più piccoli, reprimendo invano la voglia di piangere, si stringevano al collo delle madri, come per poterne assaporare il profumo.
Leni vide le teste di Al e di sua cugina Hope sbucare fra la gente e cominciò a chiamarli, sbracciandosi per ottenere la loro attenzione.
Al si girò in quel momento e per prima cosa vide spiccare la testa di Handy: dallo stato in cui versavano i suoi capelli intuì che l’amico doveva aver avuto una mattinata difficile. Decise quindi di andargli incontro.
«Cosa ti è successo? Sembra tu abbia affrontato un Ippogrifo.» Si morse la lingua ricordandosi in quell’istante che davanti al signor Malfoy era meglio non citare quelle deliziose creature.
«Peggio, molto peggio: ho dovuto affrontare prima mia sorella e poi mia madre. A volte penso che per capirle ci vorrebbe un manuale!» I due scoppiarono a ridere, in particolare dopo aver osservato il broncio scocciato della giovane serpe.
Hope li raggiunse immediatamente e, dopo aver abbracciato Leni, cominciò a confabulare con la biondina, sua migliore amica nonché compagna di banco durante tutte le lezioni che Grifondoro e Serpeverde seguivano insieme.
«Handy, vedo che la vicinanza di mio fratello comincia a dare i suoi frutti sulla tua capigliatura» lo canzonò una bella ragazza dai capelli rossi, unendosi al gruppetto.
«Io noto, invece, che le vacanze non hanno contribuito a migliorare il tuo senso dell’umorismo» rimbeccò lui sardonico. Al, Hope e Leni alzarono all’unisono gli occhi al cielo, pronti ad assistere al primo di una lunga serie di diverbi fra Lily e il giovane Malfoy.
Al sogghignò e si rivolse alle due ragazze più grandi: «A quanto pare le cose non cambiano mai.»
In quel momento i coniugi Malfoy, Potter e Weasley arrivarono a completare il capannello. Incominciarono i rituali abbracci e strette di mano e i ragazzi ne approfittarono per sgusciare fino al treno, tremando alla sola idea di dover passare attraverso l’orda di baci e raccomandazioni di tutti gli adulti presenti.
Presero in fretta possesso di uno scompartimento e cominciarono a salutare i rispettivi genitori, avendo ben cura di farlo solo attraverso il sicuro baluardo del finestrino.
Il treno annunciò la sua partenza e un nugolo di mani si mosse ritmicamente per sottolineare le ultime raccomandazioni, bagnate da qualche lacrima furtiva.
«Stai bene?» chiese Draco abbracciando la vita della moglie.
«Sì, stavo solo pensando a come sarà vuota la casa questa sera» ammise Hermione, tentando inutilmente di dissimulare la voce incrinata.
«Se vuoi sentirti meno sola possiamo invitare mia madre per cena.»
L’immediata gomitata nello stomaco fu presa per un no.

Capitolo 3