Gemini – Capitolo 14

Risvegli

Harry prese il nipote per un braccio e cominciò a correre verso il sotterraneo. La professoressa Stinker stava seduta ricurva davanti al banco da laboratorio, i gomiti appoggiati al freddo ripiano, la testa mollemente fra le mani in segno di resa.
«Professoressa, presto, deve preparare l’antidoto» la esortò Handy, quasi travolgendola. «Ho le lacrime» annunciò mostrandole la fialetta.
A quelle parole la donna scattò sull’attenti, rapida accese il Bunsen sotto all’ampolla e con una pinza prese delicatamente il prezioso contenitore.
Intanto, all’ultimo piano il corridoio solitamente silenzioso del nosocomio veniva sconquassato da un vociare convulso.
Lily spiegava concitatamente a sua madre e ai genitori di Hermione la sua avventura con Handy nella camera della preside.
Alice annuiva silenziosa al racconto dell’amica, osservando preoccupata la faccia di Minerva che aveva alzato più volte gli occhi al cielo borbottando fra sé.
Narcissa e Daphne cercavano invano di far mangiare un po’ di cioccolato a Leni con l’intento di rinfrancarla: la giovane sembrava trasparente da quanto era provata.
Al le stava accanto silenzioso, stringendole forte una mano, come se avesse paura che qualcuno potesse portargliela via.
Hope, Roxanne e Fred riferivano a Ron, interrompendosi più volte l’un l’altro, gli avvenimenti della nottata; al povero Auror quasi vennero i capelli bianchi a sentire tutto quello che avevano combinato quei ragazzi.
Dopo quasi venti minuti, dai sotterranei spuntarono Harry, Handy e la Stinker con una ampolla dal contenuto smeraldo fra le mani.
Vedendoli arrivare Leni lasciò la mano del fidanzato e con i nonni entrò nella camera dei genitori.
Handy li seguì, facendo strada alla professoressa, e si chiuse la porta alle spalle, non prima di aver dato un’ultima occhiata ai presenti che gli sorridevano per infondergli coraggio. Un silenzio irreale scese sull’intero reparto.
La pozionista si avvicinò a Hermione e, aiutata da due colleghi della medimaga, sopraggiunti nel frattempo, le sollevò di poco la testa per infilarle in bocca una grossa siringa senza ago, con la quale le somministrò una dose di antidoto. Subito dopo fece lo stesso con Draco.
I due medici si posizionarono accanto a ciascun paziente per verificarne le funzioni vitali.
Ogni tanto si guardavano, come per avere notizie sul degente dell’altro. La tensione era palpabile, tutti li fissavano in attesa di qualche buona notizia, ma niente era cambiato nelle due figure addormentate.
Leni cominciò a singhiozzare tra le braccia del fratello. «Non è servito a niente, a niente!» si rammaricò battendogli i pugni sul petto, mentre lui la stringeva forte nel tentativo di calmarla.
«Bambina mia, perché piangi?» stormì a un tratto la flebile voce di Hermione. Tutti si voltarono: la donna aveva riaperto gli occhi e si guardava attorno per capire dove si trovasse. I figli le corsero incontro, abbracciandola.
«Mamma» continuava a ripetere Leni, affondando il viso fra i suoi capelli.
Con grande fatica la donna spostò le braccia per stringerli, e ci riuscì.
Anche gli altri la attorniarono svelti; la madre le prese la mano e la accarezzò delicatamente per tranquillizzarla. «Tesoro mio» sussurrava fra le lacrime.
«Potrei sapere cosa sta succedendo e perché io non vengo abbracciato?» insorse polemica una voce strascicata alle loro spalle.
Tutti si voltarono verso Draco. Il dottore gli stava sistemando meglio i cuscini dietro alle spalle così che potesse stare con il busto più sollevato. Handy si staccò dalla madre e corse ad abbracciarlo con la forza della disperazione.
«Figliolo, grazie, ma se non ti dispiace ora vorrei respirare» disse il pozionista, ricambiando con estrema difficoltà l’abbraccio.
Narcissa si avvicinò al figlio e lo guardò con la stessa intensità del giorno in cui era nato, poi scoppiò in un pianto liberatorio. L’uomo rimase basito a fissarla mentre cercava di nascondere il volto fra le mani.
La figlia rimaneva in disparte, nascosta dalla mole del fratello, come timorosa di un suo rimprovero.
Il padre la scrutò stupito. «Perché non ti avvicini? Non sono contagioso… credo» aggiunse, aspettando un cenno di conferma dal medico.
«Papà, mi sei mancato tanto!» ammise lei abbracciandolo finalmente. L’uomo la strinse piano mentre sentiva le forze tornare.
Anche Hermione, con l’aiuto dei genitori, si sollevò un po’ e si guardò attorno per capire in quale reparto fossero. Scambiò qualche breve battuta con il collega che poi andò ad aprire la porta da cui si riversò nella stanza un fiume di gente. I due malati rimasero stupefatti da tutte quelle persone.
«Se volevate farci una festa a sorpresa potevate almeno scegliere un’ambientazione migliore» recriminò Draco facendo l’occhiolino alla moglie che rispose alzando gli occhi al cielo.
«Malfoy, prova a farci prendere un altro spavento simile e giuro che ti ammazzo prima io» minacciò Ron e gli diede una sonora pacca sulla spalla come anticipo sulla promessa.
Ron proseguì verso il letto dell’amica, che gli sorrideva, e la redarguì: «Tu e la tua mania di mangiare cioccolatini!» E la abbracciò forte, forse un po’ troppo.
I gemelli cominciarono a parlare fittamente con gli amici.
Al e Leni stavano abbracciati, uno a cingere la vita dell’altra. Draco se ne accorse e li indicò alla moglie con un cenno del capo, dicendole a fior di labbra: «Ma hai visto quei due?» Hermione, circondata dalle amiche, gli sorrise sorniona. Poi osservò meglio la figlia: «Leni, scusa se ti interrompo» sottolineò ironico, «ma che razza di giacca hai addosso? È almeno di due taglie troppo grande.»
I gemelli si fissarono un attimo prima di scoppiare a ridere.
«Papà, sei grande!» commentò Handy, mentre l’uomo attonito cercava di capire cosa avesse detto di tanto buffo.
Il signor Granger si avvicinò alla professoressa Stinker e le strinse la mano, ringraziandola vigorosamente.
La donna ricambiò regalandogli il suo primo sorriso, poi, un po’ imbarazzata, raggiunse l’uscio. Poco prima di varcarlo si voltò verso la caotica compagnia. «Visto quello che è successo mi aspetto da tutti gli studenti per domani due pergamene sulla pozione Alito della Morte» esclamò ad alta voce, squadrando le facce allibite degli astanti, infine sparì in corridoio.
«È senza speranza» bofonchiò Al rivolgendosi agli amici.
«Assolutamente» rafforzarono Fred e Roxanne, ancora increduli per quanto avevano sentito.
Notando che la situazione si stava surriscaldando, i due medici decretarono a gran voce: «Per favore, signori, adesso dovete uscire, i pazienti devono riposare.»
Draco richiamò l’attenzione di Harry. «Non mi avete ancora detto cosa ci è successo» gli chiese serio.
«Non ora. Avremo tutto il tempo per parlarne» rispose lui, posandogli una mano sulla spalla.
Seguì una serie infinita di abbracci e raccomandazioni. I ragazzi tornarono a scuola accompagnati dalla preside, Narcissa si smaterializzò alla volta del Manor, Harry e Ron dovettero passare in ufficio per concludere l’interrogatorio di Pansy, e così delegarono alle mogli il compito di riaccompagnare a casa i genitori di Hermione.
I due coniugi rimasero finalmente soli. Draco si alzò dal letto e malfermo le si avvicinò.
«Dove pensi di andare?» insorse preoccupata dal suo vistoso barcollare.
«Solo fin qui» disse lui e si infilò nel suo giaciglio. Posandole un braccio intorno alle spalle la invitò ad appoggiargli la testa sul petto. «Devo solo controllare come sta mia moglie» spiegò e subito le stampò un bacio sulle labbra.
«Cosa pensi sia successo?» domandò Hermione che, chiusi gli occhi, si godeva quel tepore familiare.
Lui le appoggiò il mento sulla fronte. «Direi che ci hanno avvelenato, ma stai tranquilla, chi ha osato tanto non la passerà liscia» sancì con tono rovente.

La routine scolastica parve ai gemelli quasi noiosa dopo le avventure vissute nei giorni precedenti. Gli amici si fecero raccontare più volte quanto era accaduto, anche se i due casualmente tralasciarono di riferire le dispute avute con il padre. Tutti erano curiosi all’idea di sapere come fossero i genitori alla loro età e in particolare come fosse l’ormai mitico professor Piton. Lily fu molto orgogliosa dell’intraprendenza di sua madre, mentre Hope non rimase stupita della dolcezza dimostrata dalla propria.
Intanto i signori Malfoy, a soli due giorni dal loro miracoloso risveglio, ormai perfettamente ristabiliti e impazienti di tornare ai rispettivi lavori, si fecero dimettere dall’ospedale.
Tornarono a casa scoprendola stranamente in perfetto ordine, grazie agli elfi domestici del Manor che trovarono ancora intenti a sistemare le ultime cose.
«So come la pensi. Ma è innegabile che sia comodo averli per casa» dichiarò lui in trepida attesa della risposta che non mancò di arrivare.
«Quei poveri esseri hanno dei diritti!» esclamò lei accalorata.
Il marito rise: per fortuna si era rimessa del tutto, anzi, appariva più combattiva del solito. Decise così di affrontare l’argomento che aveva faticosamente evitato per due lunghi giorni. «Herm, visto che qui è tutto a posto vorrei andare da Harry per sapere esattamente cosa è successo.»
«Anche io» confermò lei e, presa una giacca più pesante dall’armadio dell’entrata, lo seguì fin dentro al camino.
Attraversarono gli affollati corridoi del ministero fino agli uffici degli Auror non senza difficoltà: tutti quelli che li conoscevano li avevano fermati per accertarsi sul loro stato di salute.
Harry e Ron stavano discutendo animatamente nell’ufficio di quest’ultimo quando videro gli amici sbucare dalla porta.
«Cosa fate già in giro voi due?» irruppe Ron sorpreso.
«Il dottore non sopportava più Draco e le sue insistenze sul voler sapere chi avesse preparato e come i ricostituenti che ci davano, così ci hanno sbattuto fuori» rispose Hermione abbracciandolo.
Harry scoppiò a ridere alla faccia quasi angelica del biondo durante la sua replica: «Io? Ma se non ho mai chiesto niente!»
«Dovete raccontarci esattamente tutto quello che è successo» li esortò la donna fissando negli occhi Harry, che cambiò espressione. Lei, riconoscendola, capì che non sarebbe stato piacevole ascoltare la verità.
Si sedettero tutti e quattro intorno a un tavolino rotondo. Ascoltarono increduli cosa aveva combinato Pansy: non avevano molta stima di lei, ma non l’avrebbero mai creduta capace di arrivare a tanto.
Poi Harry arrivò a dover rivelare la mente del piano scellerato: «Lucius» mormorò.
Hermione si voltò di scatto verso il marito, diventato d’un tratto di marmo. Gli occhi ridotti a due sottili fessure, il volto come una maschera indecifrabile, mentre le nocche strette attorno ai braccioli della poltroncina diventavano di un biancore spettrale. Gli posò una mano sulla sua: era gelata. Si era ormai nascosto dietro a un muro impenetrabile che lei, scherzando in casa, chiamava la “barriera Malfoy”, riconoscendola anche nei figli quando qualcosa li feriva profondamente.
Draco sembrò tornare in sé e chiese: «I gemelli lo sanno?»
«Credo di no, penso che per ora ne siano al corrente solo la McGranitt e tua madre naturalmente.» Le mani dell’uomo cominciarono a tremare, si era dimenticato di Narcissa: cosa doveva aver provato nell’apprendere che il figlio moriva per mano del marito? Si alzò dalla sedia sotto lo sguardo attento dei tre e, indossando il cappotto, annunciò: «Devo fare una cosa.»
«Draco» lo pregò la moglie, alzandosi inquieta.
«Non ti preoccupare, vado solo a parlare con mia madre. Ti lascio in buone mani, ci vediamo più tardi a casa.» La prese delicatamente per le spalle e le diede un bacio sulla guancia. «Torno presto» promise e si smaterializzò prima che qualcuno potesse obiettare.
Hermione sbirciò nervosa i due amici, poi si lasciò cadere sulla poltroncina, accompagnata dal loro sguardo affettuoso.
«Vedrai che andrà tutto bene» la rincuorò Ron, per la verità non troppo convinto. Sapevano tutti che l’amico era stato ferito dove era più vulnerabile, in quella strana equivalenza fra amore e odio che caratterizzava da sempre il suo rapporto con il padre.

Draco apparve direttamente nel salottino della madre. La donna, in piedi, fissava il paesaggio duro della brughiera, persa nei suoi pensieri.
«Mamma» stormì lui avvicinandosi. La donna sussultò.
«Non ti ho sentito arrivare.» Gli andò incontro. «Siete già stati dimessi? Dov’è Hermione?» domandò preoccupata.
«Sì, siamo usciti questa mattina. L’ho lasciata al ministero con i nostri amici. Avevo bisogno di parlarti da solo.»
«Allora hai saputo» disse lei e volse di nuovo lo sguardo verso l’esterno.
«Sì.»
Stettero in silenzio per qualche minuto poi lei sussurrò: «Mi dispiace che tu abbia dovuto subire tutto questo. Ma quell’uomo in prigione non è tuo padre, è una pazza creatura capace solo di odiare.»
«Non ne sono così sicuro» commentò guardandola triste. «Forse invece è il vero Lucius, e l’uomo in cui tu hai sempre sperato non è mai esistito. Semplicemente noi siamo sempre stati due accessori necessari al suo ego: niente più di due oggetti sacrificabili al suo capriccio.»
La madre cominciò a singhiozzare. «Non dire così, ti prego, tuo padre ci ha amato profondamente.»
«Non posso che augurarmi che tu abbia ragione. Comunque, se anche quell’uomo è esistito ora non c’è più: mio padre è morto.»
Narcissa lo abbracciò. «Lo so.»
L’uomo la prese fra le braccia e la fece accomodare sulla sedia. «Stai tranquilla» proferì quasi cullandola. «Sabato sera vorrei organizzare qui una piccola festa di compleanno a sorpresa per Hermione, puoi aiutarmi?»
«Certo.»
«Bene, è ora che in questa casa ci siano voci di persone felici» sentenziò lui alzandosi in piedi.
«Manderò un gufo ai ragazzi a scuola così che possano invitare anche gli amici. Ne manderò uno anche a Minerva e alla Stinker, sono sicuro che sarà felice di vederle.»
La madre annuì.
«Ora devo andare. Domani passerò a trovarti per i dettagli», e slanciò un passo verso il camino.
«Draco?»
«Sì?»
«Ti voglio bene.»
«Anche io, mamma.»

Il piccolo Auster sorrise amabilmente alla figura ammantata di nero che apparve tra nuvole verdi nel grigio camino.
«Sono felice di vedervi.»
«Grazie. Se non vi spiace avrei fretta.»
«Naturalmente» conciliò e aprì la porta di ferro. L’ospite sparì lungo il corridoio.
I passi leggeri del visitatore arrivarono veloci fino alla stanza dei colloqui; il rumore delle gambe della sedia che strisciavano sul pavimento annunciò che aveva preso posto. Dopo poco fece la sua comparsa nella stanza Lucius Malfoy con un ghigno malefico stampato sul volto.
«Mia cara, temo che il tuo abbigliamento e la visita tanto improvvisa non siano forieri di buone notizie» sottolineò mentre si avvicinava alla sedia libera. Stava per aggiungere altro quando il fiato gli morì in gola.
«Buongiorno, padre.»
«Draco» pronunciò come se avesse visto un fantasma.
«Non vi preoccupate, non sono uno spettro venuto a farvi visita. Purtroppo per voi il sangue scorre ancora caldo nelle mie vene.»
«Ragazzo, non capisco cosa intendi dire. È dall’ultima visita di tua madre che attendo ansioso di sapere il tuo destino» rimbeccò dissimulando il disagio.
«Ne sono certo. Temo che d’ora in poi aspetterete invano la visita di vostra moglie. Per quello che mi riguarda già vi dissi quello che pensavo quando insultaste la mia futura sposa, prima del matrimonio. Vi posso solo ribadire che Hermione e i nostri figli sono la cosa più importante della mia vita. Se vi venisse ancora voglia di soggiogare qualche stupida creatura senza scrupoli per far loro del male, vi posso fin d’ora giurare che nemmeno i muri di questa prigione basteranno a proteggervi.»
L’anziano Lord Malfoy osservò il figlio come se lo vedesse per la prima volta.
«Ora vi saluto e vi auguro una felice permanenza» aggiunse e gli strinse con forza la mano.
Lucius la ritrasse dolorante. L’anello del figlio era diventato rovente e una “M” di fuoco segnava ora l’interno diafano della sua mano.
«Cosa mi hai fatto?» chiese sconvolto.
«Ho solo creato una piccola pozione in cui ho immerso l’anello. Se vi venisse ancora in mente di procurare del dolore a qualcuno di noi, sappiate che la vostra mano comincerà a bruciare arrecandovi una sofferenza tale che pregherete in ginocchio che qualcuno ve la tagli di netto.»
Il padre lo fissò sbigottito; avrebbe voluto ribattere qualcosa, ma il figlio gli diede le spalle e in fretta si allontanò lungo il corridoio.
Si materializzò a casa dove Hermione lo aspettava ansiosa, misurando a grandi falcate il loro salotto.
«Draco» proruppe vedendolo comparire dal camino, avvolto da un mantello nero che le ricordava tanto quello di Piton. «Cosa sta succedendo?»
«Niente, stai tranquilla. Sono andato da quello che una volta era mio padre e abbiamo convenuto entrambi che non sia più il caso di frequentarci.»
La moglie lo guardò sbigottita, ma non gli chiese nulla: sarebbe stato inutile, era meglio aspettare che lui stesso si risolvesse a dirle quanto accaduto ad Azkaban.
Ripiegato diligentemente il mantello, Draco lo appoggiò sul bracciolo di una delle poltrone, poi le cinse la vita con un braccio attirandola a sé. «Allora, signora Malfoy, cosa si mangia di buono questa sera? Devo rifarmi il palato perché negli ultimi giorni non ho apprezzato molto la cucina di Mungos’» disse guardandola con occhi maliziosi. Ottenne finalmente un sorriso sereno.

Capitolo 15