Gemini – Capitolo 13

Lacrime

«Voi, e i vostri genitori prima di voi, state forse cercando di uccidermi?» insorse la preside, sprofondando desolata nella poltrona che Fred le aveva avvicinato prontamente. «Per Merlino, potrebbero essere finiti dovunque.»
«Secondo i miei calcoli sono tornati all’anno del Torneo Tre Maghi» enunciò Hope con fare professionale.
«Grazie, cara» le rispose Narcissa ironica, prima di sprofondare anche lei in una delle poltrone.
Non pensava di poter sopportare oltre ciò che aveva dovuto vedere e sentire in quella maledetta giornata: la sparizione dei nipoti era davvero troppo.

Piton camminava per i corridoi poco illuminati stringendo al petto un libro riccamente decorato, mentre il lungo mantello nero, con il suo sventolio, ne sottolineava il passo sicuro. Transitò davanti ai gemelli, celati dal mantello dell’invisibilità in una nicchia del corridoio, e raggiunse spedito il suo alloggio. Una volta al suo interno, con un rapido cenno accese il fuoco nel camino e si sedette dietro alla pesante scrivania in noce.
Per fortuna non si voltò, altrimenti avrebbe finito per notare uno strano lembo di stoffa, molto simile alle divise del collegio, comparire dal nulla dopo esser stato irrimediabilmente trattenuto dall’anta della porta.
Sul lato sinistro della stanza, appoggiati su di un grande pannello di ardesia, stavano alcuni calderoni di varie misure dentro ai quali sobbollivano delle misteriose pozioni; il leggero rumore di fondo da essi provocato diede ai ragazzi la possibilità di scambiare qualche sussurrata parola.
«Riesci a liberarti?» chiese Handy tenendola forte per le braccia.
«No, maledizione» rispose lei, ormai sull’orlo di una crisi di nervi. La faccenda cominciava sotto gli auspici peggiori.
Rimasero in quella scomodissima posizione per qualche minuto, nel perseverante tentativo di liberare la gonna, finché un bussare poderoso squarciò il religioso silenzio.
Piton sollevò il viso evidentemente scocciato di essere disturbato nella quiete della sua tana. Senza alzarsi dalla scrivania chiese con voce stizzita: «Chi è?»
«Apri, Severus» ribatté la profonda voce di Karkaroff.
«Alohomora» scandì il professore. L’uscio si spalancò, rivelando il possente corpo del bulgaro, e Leni fu libera.
Il preside entrò nella stanza, mentre i due ragazzi nel massimo silenzio ripararono dietro a una vecchia poltrona in pelle bordeaux, che sembrava aver visto tempi migliori.
«Dovresti sistemare questa stanza» commentò lo straniero guardandosi attorno mentre accostava una sedia alla scrivania.
«Igor, voglio sperare che tu non mi abbia disturbato a quest’ora per discutere i miei gusti in fatto di arredamento» rimbeccò indispettito Piton, mentre gli occhi si trasformavano in due oscure fessure.
«Certo che no.» L’uomo si sedette pesantemente sulla vecchia seggiola, scricchiolante sotto al suo peso. «Sono venuto per questo» specificò scoprendo il braccio per esporlo alla flebile luce della candela. I ragazzi rabbrividirono di fronte al marchio che ben conoscevano. L’oscuro tatuaggio non appariva sbiadito come quello del genitore, anzi, era lucido e nero come se fosse appena stato impresso; per giunta avrebbero giurato che si muovesse.
«Lo vedi? È tornato e presto ci chiamerà a raccolta» disse rimettendosi a posto la camicia in malo modo.
«Se fossi in te non mi preoccuperei. Inoltre eviterei di andare in giro a mostrare le braccia. Cosa ti aspetti che faccia esattamente?»
«Non lo so ancora, ma dobbiamo rimanere uniti: è la nostra unica speranza di restare vivi.»
«Temo che tu stia esagerando» replicò il professore. «Ora, se non ti dispiace, vorrei finire quello che stavo facendo.» Spalancò di nuovo la porta: la conversazione era finita.
I ragazzi, immobili dietro al loro nascondiglio, sentirono i pesanti passi del direttore di Durmstrang allontanarsi nella notte mentre Piton, richiusa la soglia, si massaggiava il braccio orribilmente segnato dal destino.
I gemelli sapevano che presto il bulgaro sarebbe stato punito dai suoi ex compagni, finendo i suoi giorni assassinato in una fredda baracca, e che Piton probabilmente lo intuiva. Tuttavia, per tener fede al patto fatto con Silente e per proteggere Harry, non poteva farnulla per salvarlo dal triste epilogo a cui sarebbe andato incontro.
Era strano poter osservare l’austero insegnante nella sua intimità dove nessuno mai era stato ammesso.
Era difficile intuire quali pensieri gli tenessero compagnia nelle fredde notti solitarie del sotterraneo, dove gli unici compagni erano gli amati libri e il vociare sommesso dei calderoni.
L’uomo cupo seduto alla scrivania era senza dubbio uno dei maghi più coraggiosi che avessero mai posato piede sulla terra. Solitario, andava incontro al pericolo, conscio che nessuno avrebbe pianto per la sua perdita, per prime le stesse persone che aveva giurato di proteggere a costo della vita e da cui veniva odiato dal più profondo del cuore.
Ma era difficile in quei tempi bui andare oltre l’apparenza e riconoscere, in una nera cornacchia, la colomba che avrebbe contribuito col sangue a portare la pace.
D’un tratto l’uomo abbandonò la sedia e si avvicinò ai calderoni per rimestare con gesti leggeri le preziose pozioni i cui colori vivaci ravvivarono di poco il suo viso emaciato, poi spense con un colpo di bacchetta i fuochi, lasciando la stanza illuminata solo dalla candela.
Tornò al tavolo e, preso il libro dalla scrivania, lo ripose delicatamente nella libreria in ebano che occupava quasi l’intera parete alle sue spalle.
Con sorpresa Leni la riconobbe come quella che adesso era in camera sua: probabilmente un lascito al padre da parte del suo professore preferito.
Si recò al bagno, uscendone poco più tardi con un vecchio camicione da notte che poteva tranquillamente essere appartenuto a suo nonno.
Handy trattenne a stento una risata: quel curioso abbigliamento del secolo precedente strideva completamente con la fama e l’austerità del professore.
Piton camminava stranamente a piedi nudi sul duro pavimento e muoveva a tratti le dita cercando di sollevarle dalla fredda pietra per trovare un po’ di tepore.
Si infilò sotto le pesanti coperte e spense la luce della candela, trattenendo per un secondo il lucignolo fra le falangi sottili, inconsapevole di quello che stava per accadere.
I ragazzi attesero impazienti di sentire il suo respiro trasformarsi in un leggero russare, prima di lasciare la loro personale trincea.
Fecero scivolare il mantello e lo ripiegarono con cura sulla vecchia poltrona.
Handy si alzò in piedi per stirarsi a lungo: sentiva la schiena distrutta da quella posizione tanto disagevole.
Si mossero piano verso la creatura placidamente addormentata al centro della stanza.
Dalla tasca della giacca Handy estrasse la fialetta con la pozione. «Sei pronta?»
«Sì.»
Si avvicinarono cauti come due lupi alla preda, posizionandosi al fianco del letto, pronti a sferrare il loro attacco.
Il ragazzo gli accostò la fialetta al naso, facendogli respirare il contenuto.
Cominciato a recitare l’incantesimo, Leni si concentrò sui pensieri del professore. Le apparve Seamus Finnigan che, nel tentativo di fabbricare una pozione, aveva distrutto il suo calderone tra le risate divertite dei compagni. Percepì chiaramente la rabbia provata dall’uomo nell’assistere al guaio del giovane Grifondoro: le loro menti erano ormai fittamente intrecciate. Approfittando di questo legame, la ragazza gli impose di ricordare il suo passato.
Prima sfuocati, poi sempre più nitidi, i ricordi dell’uomo le apparvero nella mente. Lo vide pregare Silente di salvare l’amatissima Lily già condannata a morte; assistette a una riunione di Mangiamorte tra cui riconobbe con orrore anche suo nonno Lucius; infine si sentì quasi morire nel vedere il ghigno sul viso dell’oscuro signore mentre imprimeva il maledetto marchio sul braccio del giovane, avvertendo fin nelle viscere il dolore che quest’ultimo aveva provato.
Cercò di rallentare il flusso impetuoso dei ricordi che si fermò al giorno in cui, ai margini della foresta proibita, James e Sirius lo schernivano chiamandolo Mocciosus.
Sentì come se qualcuno le lacerasse la pelle mentre il dolore del giovane fluiva dentro di lei. Lo vide cadere malamente sul terreno duro, poi Lily gli si avvicinò preoccupata e, senza volerlo, Leni si trovò a urlargli di fermarsi, mentre lui la trattava male dicendole quello che avrebbe rimpianto per l’intera vita: «Schifosa mezzosangue.»
Handy assisteva impotente alla magia della sorella: l’uomo nel letto si agitava furiosamente mentre lei era scossa da forti tremiti.
Piton riviveva il momento in cui Lily si era incamminata piangendo verso la scuola, e lui, incapace di muoversi o di proferire parola, realizzava ancora una volta quello che aveva appena fatto: perso il suo grande amore.
Sdraiato sull’erba fissava impietrito la sua schiena allontanarsi, incapace di piangere.
Leni raccolse le ultime forze e come un vento leggero cominciò a soffiare fra gli alberi sussurrando: «Piangi, Severus, e ogni lacrima laverà il tuo dolore. Piangi, ragazzo mio, perché tutto quello che ti è accaduto possa sparire.»
Handy osservò il professore calmarsi improvvisamente; sulla guancia comparve una timida lacrima che si trasformò in un pianto a dirotto. Il ragazzo non mancò l’occasione e, presa la fialetta vuota, puntò la bacchetta verso l’uomo pronunciando: «Accio Lacrymas
Un sottile filamento attraversò l’aria fino al piccolo contenitore che Handy chiuse velocemente, per poi infilarlo nella tasca interna della giacca.
Per lo sforzo Leni giaceva svenuta ai piedi del letto. L’effetto dell’incantesimo era finito e il professore avrebbe potuto svegliarsi da un momento all’altro. Handy se la caricò sulle spalle, prese il mantello dalla poltrona e si gettò fuori dalla porta. Corse verso le scale che portavano al settimo piano.
Il rumore della porta che sbatteva svegliò Piton. Aveva un gran mal di testa e si guardava attorno con la spiacevole sensazione di essersi perso qualcosa. Ancora intontito si portò una mano al volto, come per stropicciarsi gli occhi, e scoprì sconvolto di aver pianto.
Accortisi che Ginny non era in camera sua, Harry, Ron ed Hermione avevano iniziato a cercarla, con scarso successo, per tutto il castello.
Anche Handy sembrava scomparso nel nulla, avevano quindi deciso di provare nel covo delle serpi con la speranza che i due grifoni fossero andati a trovare Leni. Incrociarono Daphne che entrava in Sala Comune dove Draco sedeva pensoso davanti al camino. La giovane corse in camera a cercare l’amica di cui però non vi era traccia; nessuno aveva più visto i gemelli dall’ora di cena.
Sempre più allarmato, il trio accettò che anche le due serpi si unissero a loro nella ricerca. Daphne era preoccupatissima per l’amica che aveva visto così strana durante la cena. Ai tre grifoni venne in mente che, per fare lo scherzo a Draco, le due ragazze erano andate in biblioteca, quindi vi si diressero di corsa.
Il Serpeverde non parve felice di apprendere che la giovane a cui aveva prestato la sua preziosissima giacca in realtà stava tramando alle sue spalle.
Arrivati nell’ambiente smisurato, cominciarono a girare a vuoto per gli scaffali, fin quando Hermione, percorrendo una zona poco frequentata, trovò Ginny placidamente addormentata.
«Cosa diavolo sta succedendo?» insorse Ron inquieto. Non appena Hermione riuscì a risvegliarla, aggiunse: «Sta bene?»
«Sembra vittima di un incantesimo Soporifero. Non le hanno fatto del male» gli spiegò.
«Ma lo farò io a quei due quando li trovo» giurò Ron prima di abbracciare la sorella.
Ginny non poté dire molto di quello che le era successo. Ricordava solo di essersi nascosta dietro a uno scaffale con Leni per osservare Draco. Quest’ultimo a sua volta non rammentava altro che di averla vista apparire all’improvviso di fianco al suo tavolo, mentre studiava, per scusarsi per il comportamento del fratello.
«Cosa diavolo stanno combinando quei due?» chiese Harry dando voce ai pensieri di tutti.
Hermione decise di accompagnare Ginny in camera, mentre gli altri andarono verso l’unico posto dove potevano essersi nascosti: la Stanza delle Necessità.
Con in braccio Leni ancora priva di sensi, Handy raggiunse il settimo piano. La stanza era completamente vuota e al buio, tranne che per una piccola candela. Posò delicatamente la sorella per terra. Pensò di aver bisogno di uno sgabello, di una pergamena, di un pennino e di un po’ di inchiostro che subito apparvero nella stanza.
Pose il manufatto prezioso sullo sgabello poi scrisse veloce poche righe: «Arrivederci. Handy e Leni», e appoggiò il foglio sopra al mantello.
Si alzò in piedi e, tenendo a fatica la sorella in posizione eretta fra le braccia, infilò la catenina intorno ai loro colli. Girò in senso contrario il pendaglio e pregò con tutto il cuore che li riportasse da dove erano venuti.
Quando i quattro studenti varcarono la porta della stanza trovarono solo lo sgabello illuminato dalla candela e il messaggio scritto.
La sparizione dei gemelli Flamyò tenne banco per qualche giorno.
La professoressa McGranitt scoprì con orrore che il preside non li aveva mai sentiti nominare, ma presto gli eventi del Torneo relegarono quella misteriosa apparizione nel dimenticatoio, come uno dei tanti fatti strani accaduti nel vecchio castello.

Un tonfo sordo nella stanza fece girare tutti i presenti. Handy stava piegato su un ginocchio, mentre fra le braccia stringeva la sorella inerte come una bambola. Dopo il primo momento di sconcerto tutti accorsero.
«Cosa è successo?» urlò Al disperato, vedendo la fidanzata in quelle condizioni.
«È svenuta perché ha fatto l’incantesimo di mamma a Piton» spiegò lui rapido.
«Cosa?» strillò Narcissa. «Siete impazziti? Cosa vi è saltato in mente? Potevate morire!»
«Lo so, nonna» ammise lui, poi stese la sorella sul pavimento, mentre Al le sosteneva la testa. «Ma non siamo morti e abbiamo portato queste.» Estrasse la fialetta dalla giacca. «Quanto siamo stati via?» domandò preoccupato.
«Solo pochi minuti» comunicò Lily sorridendo, poi gli rifilò una pacca sulla spalla come bentornato.
La preside lo abbracciò. «Siete stati due pazzi incoscienti. Ma bisogna correre al San Mungo: il tempo sta per scadere!»
In quel momento Leni si riprese. Dopo un primo attimo di smarrimento si accorse di essere di nuovo a casa e si lasciò andare esausta tra le braccia di Al, che delicatamente l’aiutò a rialzarsi.
La preside squadrò la strana compagnia poi disse: «Immagino che chiedere a qualcuno di voi di rimanere qui sarebbe impossibile. Onde evitare ulteriori avventure notturne vi prego quindi di avvicinarvi e di posare una mano sulle mie braccia.»
Dopo pochi attimi una strana comitiva apparve nei corridoi del policlinico, proprio davanti agli occhi sbigottiti di Harry.
«Dove sono i pozionisti?» ululò Handy correndogli incontro. «Ho le lacrime!»

Capitolo 14