Gemini – Capitolo 12

Confessione

Entrato ai Tre Manici di Scopa, Ron osservò la vecchia tappezzeria beige impregnata dalla vita di centinaia di maghi. «Questo posto non cambia mai» sottolineò nostalgico.
I tavoli in pesante legno di quercia erano sempre al loro posto. Il bancone tirato a lucido dalla passione della proprietaria attendeva impaziente che nuove mani lo accarezzassero.
Il leggero tintinnio della campanella sulla porta annunciò l’arrivo dei primi clienti attirati dal buon profumo del famoso stufato di Madama Rosmerta. I due uomini scelsero un tavolino appartato. Una cameriera gentile prese la loro ordinazione fissandoli per un attimo come per mettere a fuoco dove li avesse già visti, ma l’afflusso continuo di nuovi avventori non le permise di soffermarsi troppo sulla questione.
A un tratto spuntò dalla cucina una non più giovanissima Pansy che cominciò solerte a spillare enormi boccali di burrobirra.
«Non è cambiata molto» disse Ron indicandola con un lieve movimento della testa.
«È quello che temo» confessò Harry, perso nelle sue elucubrazioni.
Due maestosi piatti di carne, accompagnati da altrettanti boccali di birra, arrivarono al loro tavolo risollevando non poco il morale di Ron.
«Non hai fame?» chiese poco dopo all’amico, notato che il cibo inspiegabilmente non diminuiva.
«Non molta in verità» rispose Harry regalandogli il suo piatto, quasi intatto, in cambio di uno già perfettamente ripulito.
Aspettarono a lungo, mentre Ron per ingannare l’attesa gustava anche una profumata fetta di torta di mele alla cannella.
«Certo che l’appetito non ti manca» osservò Harry.
«Sai, con quello che è successo è da ieri che non mangio.»
Pansy continuava diligente e stranamente silenziosa il suo lavoro. A un certo punto fece un cenno a Madama Rosmerta, indicandole la porta che dava sul retro, e l’anziana donna le rispose con il capo di sì. Lei finì di spillare un’ultima birra prima di asciugarsi le mani nel grembiule a quadretti legato intorno alla vita e si diresse all’esterno.
«Andiamo» ingiunse Harry a Ron.
Pansy, con le gote rosse per il freddo che ormai cominciava a farsi pungente, stava seduta in bilico su una vecchia botte di vino, le gambe incrociate, le braccia intorno al corpo come per stringere meglio il leggero maglioncino di lana; fra le mani una sigaretta.
«Ciao, Pansy» la salutò gentile l’Auror, arrivandole alle spalle. La ragazza trasalì quando capì chi aveva di fronte, e il colore delle guance si tramutò in un livore malcelato.
«Harry Potter e il fedele Weasley. A cosa devo l’onore?»
«Era da parecchio che non venivo da queste parti, e quando ti ho riconosciuto mi è sembrato giusto salutare una vecchia amica.»
«Davvero? O magari farsi due risate alle mie spalle» rimbeccò lei, poi si mise in piedi di fronte a Harry per fissarlo dritto negli occhi.
«E di cosa dovrei ridere esattamente? Ti dirò che non sono molto in vena in questi giorni. Ho saputo che sei al corrente della situazione.»
«Ormai i Malfoy e i Potter sono molto legati. E da come si comportano i vostri figli lo diventeranno ancora di più. Forse la fine del mondo è davvero vicina» mormorò con un filo di voce.
«Direi, per il bene di tutti, di andare al nocciolo della questione. Tu non sai niente in merito a quello che è successo a Draco?»
«Io» disse lei indietreggiando fino alla botte, «cosa dovrei sapere?»
La conversazione venne interrotta da Fred Stitch, il dinoccolato garzone di Mielandia, che sbucò con un enorme vassoio di paste ancora calde.
«Ciao, Pansy. Appoggio in cucina come al solito?» chiese allegro.
«Sì, grazie» rispose lei con imbarazzo.
Il giovane tornò dopo poco con le mani vuote. «Ti aspetto stasera alla solita ora» le ricordò facendole l’occhiolino.
«Simpatico. E dove si svolgerebbero esattamente le vostre riunioni? Magari nel retrobottega del suo negozio?» la incalzò Harry.
Pansy gettò con rabbia il mozzicone della sigaretta inutilmente consumata. «Potter, non penso che la mia vita sentimentale ti riguardi» lo redarguì.
«Io penso invece di sì» sostenne lui, stringendole un polso.
«Cosa fai?» insorse allarmata. «Lasciami andare.»
«A te la scelta. O mi dici immediatamente tutto quello che è successo, e forse quando sarà il momento giusto mi ricorderò che hai collaborato, o ti porto in ufficio. Un po’ di veritaserum ti scioglierà la lingua a dovere.»
Lei cominciò a tremare visibilmente mentre le guance si rigavano di lacrime.
«Andiamo a parlare in cucina» suggerì Harry prima di spalancare la porta. Entrando incontrarono Madama Rosmerta che, non vedendola tornare, la stava cercando.
«Temo che Pansy dovrà venire con noi» le comunicò Ron in tono gentile.
La donna guardò la dipendente con preoccupazione: cosa poteva aver combinato questa volta? Tornò verso il locale scuotendo tristemente la testa.
La fecero sedere su uno sgabello in fondo allo stanzone. «Ti ascolto» la esortò Harry.
Pansy rimase un attimo in silenzio a fissarsi i piedi poi, con un filo di voce, cominciò a raccontare: «Mi ha promesso che sarei diventata la futura Lady Malfoy sposando Draco. Sarebbe giusto visto quanto tempo gli ho dedicato durante gli anni di scuola. Sempre presente, sempre sollecita a tutti i suoi desideri, e cosa ne ho ricevuto in cambio? Niente! Assolutamente niente!» spiegò prima di scoppiare a piangere. «Lui ha sposato un’insulsa mezzosangue che lo ha trattato male per anni» recriminò asciugandosi gli occhi nel grembiule.
A sentir definire così la più cara amica e capendo che aveva di fronte chi l’aveva ridotta quasi alla morte, Ron ebbe un moto di stizza.
Harry ebbe paura che le mettesse le mani addosso e per questo gli appoggiò subito una mano sul braccio, facendogli cenno di no con la testa. Ron placò di poco la sua ira.
«Capisco, e ora dimmi come avete fatto.»
«Ha spiegato a mio padre come entrare in casa non vista e dove trovare la boccetta con la pozione e i capelli di Hermione. Una volta pronta ho solo dovuto distrarre Freddy, mentre preparava la scatola, e ho aggiunto il liquido al liquore con una siringa. È una pozione molto potente, ne bastano pochissime gocce» confermò ripetendo una lezione imparata a memoria. «Ma a Draco non doveva capitare nulla!» aggiunse alzando la voce. «La pozione funziona solo sul proprietario dei capelli e sui suoi diretti consanguinei.»
«Fantastico! Quindi Hermione e i figli sarebbero stati spacciati» ragionò Ron ad alta voce.
«Va bene, ora basta, sei in arresto. Prima di andare nel nostro ufficio passeremo in ospedale, devo chiedere una cosa a Lady Narcissa e potrei aver bisogno di farti ulteriori domande» le ordinò Harry.
Si materializzarono nel cortile del policlinico. I tre genitori guardarono confusi lo strano trio che attraversava la porta della stanza pienamente illuminata da un sole che, irriverente, pareva non voler rendersi conto degli eventi.
I genitori di Hermione rimasero fermi, mentre Narcissa si alzò per raggiungerli.
«La ragazza ha confessato» rivelò Harry asciutto, mentre la teneva stretta al suo fianco.
Alzato per un momento lo sguardo da terra, la signorina Parkinson lo posò prima sul letto in cui giaceva, per colpa sua, il grande amore della sua vita, poi lo spostò su quello di Hermione e infine sul viso di Narcissa Black Malfoy che rispose a quella occhiata fugace con un sonoro ceffone.
Harry rimase scioccato da quell’improvvisa reazione, tanto che mollò per un secondo la presa sul polso; la donna aveva colpito rapida e silenziosa come un cobra. Pansy era caduta sulle ginocchia e piangeva disperatamente con il volto tra le mani, mentre continuava a ripetere: «Mi dispiace.»
Dopo un iniziale stupore, Ron avrebbe volentieri abbracciato la signora per aver realizzato egregiamente quello che lui aspettava di fare da circa mezz’ora.
«Lady Malfoy?» la incalzò Harry.
«Sì, ragazzo mio?»
«Devo farvi una domanda. Pansy è stata indirizzata da vostro marito verso il nascondiglio della biblioteca dove dice di aver trovato anche un ciuffo di capelli di Hermione.»
La donna lo guardò stranita. «Io non ho capelli di Hermione» replicò sicura.
Una flebile voce dal basso rispose: «Non è vero, in uno scrigno d’argento, legati con un nastro di raso. Ho trovato un ciuffo di capelli biondi di Draco e un ciuffo di quelli castani della moglie.»
A Narcissa mancò la terra sotto i piedi. «Quelli non sono i capelli di Hermione, ma di Handir!» esclamò. «Sei stata giocata dal tuo stesso complice.»
Riconoscendosi vittima della sua stessa congiura, la donna cominciò a tremare. Non era stata altro che l’inconsapevole pedina di un orribile gioco, ordito da un uomo deciso a lavare con il sangue la terribile offesa di vedere il suo casato lordato da ciò che odiava di più: dei mezzosangue.
«Sei sempre stata stupida» affermò Ron, «ma non avrei mai creduto che lo fossi così tanto da pensare di poter fare un patto col diavolo senza pagarne le conseguenze.»
Ormai ridotta a una vuota marionetta, Pansy alzò gli occhi verso Ron che si ritrovò per un attimo ad averne quasi pietà. «Ti porto in ufficio» aggiunse secco e la sollevò da terra. «Tra non molto andrai a fare compagnia a tuo padre e al tuo adorato “suocero”» decretò, smaterializzandosi alla volta del Ministero.
Narcissa uscì come un automa dalla stanza e raggiunse la sala d’aspetto dove trovò Daphne. Si sedette vicino all’amica del figlio e le raccontò gli ultimi avvenimenti come per rimettere ordine tra i propri pensieri.
Nel frattempo Harry spiegava ai genitori di Hermione che cosa aveva scoperto; i due poveretti avevano assistito perplessi e disorientati al comportamento violento di Narcissa.
Quando la donna tornò nella stanza non osava guardare negli occhi la madre della medimaga, sentendosi anche lei in qualche modo colpevole per ciò che Lucius aveva fatto.
Percepito il suo imbarazzo, la dentista le si accostò. «Vieni, Narcissa, siediti un po’» le suggerì porgendole la mano. La nobildonna, riconoscente, ricambiò la stretta: adesso sapeva da chi la nuora avesse preso il meraviglioso carattere.
Il giorno ormai finiva, lasciando spazio alle prime stelle, e il tempo a disposizione si assottigliava.
Ron era tornato dopo aver compiuto il suo dovere e cercava di consolare la moglie in sala d’aspetto. Harry camminava lungo il corridoio come una belva in gabbia, alla ricerca di una soluzione impossibile, sotto gli occhi attenti e preoccupati di Ginny: non lo aveva mai visto così disperato dalla morte di Silente. Di nuovo doveva assistere alla fine di un amico senza poter intervenire.
Nel frattempo la professoressa Stinker, chiusa nei laboratori dell’ospedale, cercava invano di creare qualche nuova mistura per allungare ancora un po’ la vita dei due pazienti. In una ampolla aveva preparato, quasi senza rendersene conto, l’antidoto purtroppo inservibile perché manchevole dell’ingrediente più importante. Era doloroso avere la soluzione così a portata di mano e non poterla usare.
La notte era ormai inoltrata quando Narcissa si consultò con i consuoceri e decise che era giunto il tempo di andare a scuola a prendere i ragazzi: dovevano almeno avere la possibilità di vedere i genitori mentre ancora un alito di vita riscaldava i loro corpi.
La donna si materializzò davanti ai cancelli di Hogwarts con il cuore pesante. Quali parole poteva trovare per dire ai nipoti che il nonno era l’artefice del loro dolore, e come prepararli a una perdita lacerante? Con questi pensieri nella mente attraversò il pesante cancello e arrivò all’interno della scuola, mentre l’orologio batteva la mezzanotte.
Si avviò con passo sicuro verso la camera da letto della preside. Bussò alla sua porta e rimase in attesa di una risposta che non tardò ad arrivare. L’anziana donna aprì mentre ancora finiva di infilarsi la vestaglia. Alla vista dell’ospite inatteso corrugò le labbra che, tremolanti, accennarono un sorriso.
«Minerva, sono venuta a prendere i ragazzi per accompagnarli al San Mungo. Nessuna magia sembra ormai poterci salvare» mormorò con una voce che sembrava provenire direttamente dall’inferno in cui era sprofondata.
«Certo» rispose la professoressa, «ti accompagno subito nei dormitori.»
Mentre camminavano, l’Animagus venne messa a parte degli ultimi sviluppi e rimase per la prima volta in vita sua senza parole.
Al dormitorio dei Grifoni stranamente non vi era traccia né di Handy né degli amici più cari. Nessuno dei compagni aveva la benché minima idea di dove fossero finiti.
La stessa scena si ripeté poco dopo nel dormitorio delle Serpi. L’intero parentado sembrava dissolto nel nulla.
Narcissa era preoccupatissima, ma la McGranitt, da esperta insegnante, le disse: «Visto di chi stiamo parlando e visto che sono spariti tutti insieme, penso di sapere dove trovarli», e si incamminò verso il settimo piano.
Giunti di fronte all’arazzo, Barnaba, riconoscendo la preside, si profuse in un ossequioso inchino.
Entrarono nella stanza segreta mentre ancora le parole del preciso calcolo matematico di Hope aleggiavano sulle teste degli astanti.
Trovandosi di fronte alle due severe figure, Alice lanciò un piccolo grido di allarme, coprendosi subito la bocca con le mani.
«Ebbene, ragazzi. Cosa sta succedendo qui?» proruppe la preside.
«Nulla» rispose Hope, mentre la tinta delle orecchie diventava sempre più simile ai capelli del padre.
«Dove sono i miei nipoti?» domandò svelta Narcissa non vedendoli da nessuna parte.
«Ecco. Diciamo che sono usciti un attimo a prendere una boccata d’aria» spiegò Fred, guadagnandosi una gomitata dalla sorella.
«Una boccata d’aria?» ripeté la preside, alterata.
«Quello che voleva dire Fred» intervenne sommessamente Al, muovendo gli occhiali su e giù per il naso, «è che dovevano provare a fare una cosa.»
«Esatto» confermò Lily, «solo che temo ci sia stato un piccolo intoppo.»
«Intoppo?» insorse Narcissa che non era pronta a nuove macabre scoperte.
«Sì, hanno preso la sua Giratempo» rivelò Roxanne.
L’anziana preside si portò una mano al petto, dove solitamente stava il prezioso pendaglio, e sgranò gli occhi. «Oh santo cielo! Cosa ne hanno fatto?»
«Volevano tornare a due sera fa per scoprire chi ha avvelenato i genitori e impedire che mangiassero i cioccolatini» illustrò Al tormentandosi i capelli.
«Ma per un piccolo errore, temo siano tornati indietro di ventiquattro anni» precisò Hope.
«Cosa?» esclamarono all’unisono le due donne.
Il pianto sommesso di Alice sottolineò che le cose si stavano mettendo male.

Capitolo 13