Gemini – Capitolo 11

Presagi

Narcissa scese i gradini con estrema lentezza, come se ogni singolo passo le costasse un’enorme fatica, la mano destra a scivolare leggera sulla balaustra in ferro istoriata, la sinistra stretta attorno a una lettera che le era costato molto dover scrivere.
Il sole già alto del mattino filtrava dalle grandi finestre aspergendo le pesanti tende color muschio e facendo luccicare le dorate passamanerie che regalavano un calore vellutato agli spaziosi saloni e ai loro operosi occupanti. Il vecchio elfo domestico si inchinò, strusciando sul pavimento la federa sgualcita che costituiva il suo unico abbigliamento.
«Ruby.»
«Sì, padrona.»
«Porta questa lettera al signor Potter.»
«Sì, padrona» replicò il piccolo essere prima di sparire.
Doveva assolutamente chiarirsi le idee. Lucius era rinchiuso ad Azkaban ormai da più di venti anni e se, come temeva, aveva avuto un ruolo nella triste faccenda doveva avere un complice, ma chi fosse e perché avesse agito erano per lei questioni ancora insondabili. Aveva bisogno di parlarne con qualcuno di fidato e aveva deciso che Harry era l’unico a cui poter spiegare i suoi timori per ottenere una analisi lucida e un consiglio leale.
Volse un ultimo sguardo a quelle amate stanze in cui il figlio aveva mosso i primi passi titubanti, in cui lei da perfetta padrona di casa aveva organizzato sontuosi ricevimenti per gli amici del marito. Poi sparì alla volta della prigione.
L’enorme camino in pietra grigia nell’atrio dell’austero carcere sembrava aver assorbito negli anni i lugubri pensieri di chi aveva avuto bisogno dei suoi servigi per far visita a ciò che rimaneva dei propri cari.
Di fronte al focolare, nascosto dietro a una vecchissima scrivania, spuntava la testa ormai quasi completamente pelata del piccolo Auster Fincher, da quasi mezzo secolo fedele addetto all’annotazione puntigliosa di quel ministero doloroso.
«Lady Malfoy, non la aspettavamo oggi» proferì mentre spostava con un dito nodoso gli occhiali dalla punta del naso. I vispi occhi verdi si incendiarono di nuova vita posandosi sull’ospite inattesa.
«Spero che possiate comunque farmi parlare con mio marito» lo blandì lei con voce gentile.
Auster, da sempre incantato dal fascino aristocratico della donna, la cui visita puntuale lui aspettava forse più dello stesso marito, annuì leggermente. «Non ci saranno problemi, Milady. Dovrete solo avere un po’ di pazienza perché la sala dei colloqui è già occupata.»
«Bene.» Narcissa si sedette composta su una delle consunte poltrone in pelle che, allineate su un lato della stanza, fungevano da tetro salottino d’attesa.
La nobildonna fissava diritto di fronte a sé, come in contemplazione di un quadro immaginario, mentre il solerte impiegato la osservava di sottecchi godendosi l’inaspettata fortuna. Dopo una decina di minuti la pesante porta in ferro si aprì cigolando. Una minuta figura femminile avanzò incerta verso l’uscita. Narcissa si alzò per andare verso l’accesso quando la riconobbe.
«Signorina Parkinson» salutò in tono sottile, «come state?»
La donna alzò il viso bagnato di lacrime e la fissò stupefatta.
«Bene» rispose bisbigliando. «Sono venuta a trovare mio padre, ma non mi abituerò mai a questo orribile posto» dichiarò prima di abbassare gli occhi a terra. «E voi come state?» aggiunse veloce, ricordandosi in quel momento le buone maniere.
«Fatevi coraggio, mia cara» la consolò, posandole una mano sulla spalla. «Sono tempi questi in cui bisogna avere molto coraggio.»
A quel tocco Pansy cominciò a tremare, poi, quasi inseguendo un pensiero lontano, chiese: «Come sta Draco?»
«Non bene, purtroppo.»
«Immagino. Sarà molto dura per lui vedere la moglie in quelle condizioni. Ho saputo da un’amica che lavora al San Mungo la tragica notizia.»
Narcissa rimase sorpresa, sia perché il fatto non era stato divulgato, sia perché evidentemente chi l’aveva messa al corrente non sapeva quale fosse esattamente la situazione. «Temo che vi abbiano informato male» l’avvisò con uno sguardo ancor più gelido della stanza in cui si trovavano, «lui stesso giace in preda alla morte insieme alla moglie.»
La ragazza spalancò gli occhi come se avesse ricevuto uno schiaffo in pieno viso.
«Vi prego di perdonarmi» farfugliò, «mi avevano detto solo di Hermione. Vi chiedo scusa ma ora dovrei proprio andare» concluse, per poi precipitarsi rapida al camino.
«Certamente» ribatté Narcissa, sorpresa da quella fuga repentina, mentre la signorina Parkinson già spariva fra una nuvola di scintille verdastre.
«Milady, se vuole ora può entrare» annunciò Auster con un inchino che gli fece quasi toccare terra con il viso, cosa non difficile dal suo metro e dieci di altezza.
I lunghi corridoi della prigione erano regolarmente interrotti sul lato esterno da una feritoia da cui filtrava la luce ovattata di quelle gelide terre. Il locale per i colloqui era in realtà poco più di uno stanzino con un tavolaccio in legno al centro e due scomode sedie ai lati dello stesso. Non era dotato di porta così i colloqui finivano per essere a tre, con la guardia silenziosa che, attenta, controllava che nessuno lasciasse agli ospiti manufatti proibiti.
Narcissa si sedette rivolgendo la schiena all’entrata.
Lucius entrò nella stanza e si fermò un momento alle sue spalle: «Mia devota moglie, come mai vieni a trovarmi a così poca distanza dalla tua ultima visita?» le chiese con voce sicura. Era stranamente di ottimo umore; una cupa disperazione cominciò ad attanagliarle il cuore.
«Caro marito, temo di essere messaggera di cattive notizie» rispose, mentre il fiato caldo produceva sbuffi di leggere nuvole. Sottolineò ogni studiata parola. «Draco giace con la moglie in un freddo letto di ospedale, mentre la vita si allontana dal suo corpo ogni minuto che passa.»
L’uomo, raggiunta la sedia vuota di fronte alla moglie, stava in piedi, impassibile, con una mano sul duro schienale, l’altra lungo il fianco. Fissava il vuoto innanzi a sé come colpito dallo sguardo di Medusa, pallido riflesso di ciò che era stato.
«Immagino che stiano facendo di tutto per salvare l’ultimo Lord Malfoy ancora libero su questa terra» proferì tetro.
Alla frase seguì un impercettibile cambiamento sul volto: giusto il tempo di un battito d’ali e un ghigno beffardo increspò quella maschera statica, dando alla moglie la risposta di cui aveva bisogno.
Narcissa si alzò in piedi. Non poteva restare un minuto di più in presenza di quell’uomo in cui non poteva riconoscere il giovane che le aveva imbrigliato il cuore, rubandole ogni sospiro, e il cui solo tocco le imporporava le guance. Sapeva benissimo che non avrebbe detto una sola parola, nemmeno sotto la minaccia di un anatema mortale; quello che era stato l’abile dissimulare di un politico provetto si era trasformato nell’asettico sentire di un pazzo che non avrebbe ammesso di sprofondare, nemmeno sentendo le viscide sabbie mobili circondargli le reni.
«Mi sembrava giusto avvertirvi, ora torno da mio figlio» confermò, avviandosi già verso il corridoio.
«Aspetterò ansioso notizie» decretò lui.
Narcissa, oltrepassata la soglia, era ormai conscia che le loro speranze viaggiavano su binari diametralmente opposti.
Camminò svelta per allontanarsi da quel mostro che l’aveva resa vedova. Arrivò al camino e sparì in fretta alla volta del grande nosocomio.
L’odore pungente di disinfettante le colpì le narici mentre, angosciata, raggiungeva la stanza del figlio sulla cui soglia già la aspettava Harry, con l’aria di chi non aveva chiuso occhio tutta la notte.
«Lady Narcissa» la salutò gentile.
«Andiamo nello studio di Hermione, ho bisogno di parlarti.»
Harry aspettò che si accomodasse sulla morbida poltrona della nuora, nascosta dall’affollata scrivania, prima di sedersi su una delle due poltroncine di fronte.
La donna parve per un attimo perdersi nei suoi pensieri notando la fotografia da cui il figlio, con la famiglia al completo, la salutava felice. Era stata scattata durante la famosa riunione generale alla Tana l’ultimo Natale: quel momento felice le parve così lontano.
Si riprese da quel ricordo e incontrò i profondi occhi verdi del suo interlocutore. Fece un dettagliato resoconto di quello che aveva scoperto e di come la sua visita alla prigione l’avesse persuasa del coinvolgimento del marito nella vicenda. Cercò di essere il più possibile esauriente e finì per raccontare anche dello strano incontro con Pansy che, per ragioni a lei sconosciute, sembrò interessare molto l’Auror.
Stava finendo di rispondere alle ultime domande di Harry quando Ron piombò nello studio: «Scusa, ti stavo cercando, non sapevo con chi fossi.»
«Ron, cosa ne sai tu della signorina Parkinson?» chiese Harry.
«Niente di particolare, so che la madre è morta di crepacuore dopo che il marito è stato condannato a vita ad Azkaban e lei non ha combinato molto. Il fatto di non aver mai aperto un libro non l’ha certo aiutata. Ha finito per sperperare il patrimonio di famiglia in feste con amici poco raccomandabili e, una volta persa anche la casa, si è ritrovata sola. Dalle ultime notizie che arrivano dai nostri ragazzi pare sia aiuto barista ai Tre Manici di Scopa; dorme in una piccola stanza sopra al locale.»
«Interessante. Praticamente vive e lavora a pochi passi da Mielandia» rimarcò Harry, alzandosi in piedi per raggiungere l’ampia finestra dello studio. «Ron, dobbiamo andare.»
«Dove?» domandò lui perplesso.
«Da Madama Rosmerta. Mi è appena venuta voglia di una burrobirra.»

Leni entrò nella stanza segreta dove Handy era intento a racchiudere la preziosa pozione dentro a una fialetta trasparente.
«Finalmente sei arrivata.»
«Scusami, ma ho dovuto liberarmi di zia Ginny. Voleva assolutamente fare lo scherzo a papà.»
«Immagino. Dove hai messo la tua giacca?» le chiese vedendola girare in maniche di camicia.
«Sotto la testa della zia» rispose facendo spallucce. «Comunque eccoti il mantello.» Aprì il manufatto magico, apparendo per un attimo come uno strano essere formato solo da testa e piedi, senza nulla nel mezzo.
«Perfetto!» esclamò il ragazzo, assistendo divertito a quel numero di prestigio. «Leni, devi provare su di me l’incantesimo. Prenderò un po’ di pozione e cercherò di dormire, così potrai allenarti» le disse prima di stendersi sul divano che era nel frattempo comparso.
La ragazza non era tanto sicura di voler usare il fratello come cavia, ma quello, dopo aver annusato un po’ della fialetta, chiuse gli occhi, rilassando le membra. Il respiro sempre più profondo e regolare le rivelò che si era addormentato.
Si avvicinò piano e cominciò a recitare lentamente l’incantesimo udito tante volte dalla voce dolce della madre. Si lasciò risucchiare lentamente dai pensieri di lui che vedeva scorrere come nella tv babbana dei nonni.
Si rivide con il fratello all’età di cinque anni giocare a nascondino nel grande parco del Manor. Hermione, appoggiata a una delle grandi querce, con la fronte posata sul palmo della mano contava a occhi chiusi i minuti che la separavano dalla caccia dei suoi pargoletti.
Leni rideva felice, mentre si nascondeva dietro alla fontana, raggomitolandosi goffamente fra la pianta di rose e il rododendro.
Handy voleva trovare un posto sicuro perciò si era incamminato verso il laghetto. Dall’alto pontile una ripida scaletta verticale portava a un ripiano più basso, dove era attraccata una barca che gli era sembrata un nascondiglio perfetto. Sentiva in lontananza la voce della donna ridere felice insieme alla bambina appena scoperta, mentre si inseguivano in un girotondo spensierato. Distratto dalle voci, il piccolo mise un piede in fallo finendo nell’acqua scura del bacino.
Aveva da poco imparato a nuotare ma lo spavento doveva avergli bloccato gli arti, come fosse improvvisamente di marmo. Riuscì solo a emettere un breve lamento prima di cominciare a scendere verso il fondo. Sentiva il freddo scorrergli lungo la schiena, mentre le alghe si attorcigliavano sempre più intorno alle caviglie. Uno strano sonno si stava impadronendo di lui quando qualcosa lo afferrò per una spalla, riportandolo verso la luce.
Si svegliò sul pontile, mentre suo padre, completamente fradicio, lo teneva piegato in avanti in maniera da fargli sputare l’acqua bevuta.
Sua sorella piangeva disperata tra le braccia della nonna mentre sua madre, pallida come un cencio, singhiozzava in ginocchio baciandogli la piccola mano.
Solo il fato aveva voluto che Draco si affacciasse alla finestra del secondo piano nel momento esatto in cui lui scivolava nell’acqua. Il padre si era smaterializzato giusto in tempo per salvargli la vita.
Stranamente, però, sua madre adesso lo guardava con occhi diversi, chiari come il cielo del nord, mentre i capelli diventavano lisci e biondi: «Stai tranquillo, non devi più avere paura dell’acqua. Ora puoi svegliarti.»
Si destò nella camera della scuola: sua sorella seduta per terra lo fissava stremata, lo sforzo doveva essere stato notevole.
Le si inginocchiò accanto, stringendola forte. «Stai bene?»
La ragazza annuì esausta.
Handy pensò che ci sarebbe voluta una barretta di cioccolato e quella apparve accanto a loro. Leni ne mangiò a fatica un pezzetto che le riportò un po’ di colore sul viso. Il prezioso orologio da taschino del giovane li sorprese ricordando loro che era giunta l’ora di cena. Dovevano presentarsi in Sala Grande per non destare sospetti in attesa di agire.
Al tavolo dei Grifondoro i ragazzi stavano già mangiando quando il gemello si sedette.
Fred e George gli ammiccarono divertiti come fossero al corrente di un segreto comune.
«Handy, hai per caso visto Ginny?» si informò Hermione preoccupata.
Il ragazzo ebbe un attimo di sbandamento, poi, sperando che un po’ del suo sangue da serpe gli venisse in aiuto, disse: «Pare che dopo la missione con mia sorella si sia ricordata di non aver preparato le pergamene per domani e quindi abbia preferito andare in camera e poi direttamente a dormire.»
«Che strano» biascicò Ron masticando un grosso boccone, «non l’ho mai vista saltare una cena.»
Anche Harry apparve perplesso. Il gemello fu felice che il salvatore del mondo magico fosse ancora così giovane e distratto dal torneo. Sapeva bene che una scusa del genere in un’altra epoca lo avrebbe insospettito avviando subito la ricerca di Ginny: sarebbe stato difficile giustificare il fatto che dormiva placidamente in biblioteca con la giacca di sua sorella sotto la testa.
Al tavolo delle serpi Leni destò la preoccupazione di Daphne, visto che arrivò senza giacca malgrado il freddo pungente della sera: doveva esserle successo qualcosa.
Draco doveva aver pensato la stessa cosa perché si avvicinò alle due ragazze per posare la sua giacca sulle spalle della figlia. «Non vorrei prendermi un rimprovero da mia madre per aver fatto congelare una signorina senza far nulla» spiegò sorridendo, prima di tornare al suo posto, accompagnato dallo sguardo sbigottito di Tiger e Goyle, quello inferocito di Pansy e quelli scioccati dell’intero tavolo di Grifondoro.
La ragazza sbocconcellò qualcosa, rispondendo a monosillabi all’amica che cercava invano di farla parlare. Finita la cena si alzò per andarsene, poi parve ripensarci un momento e tornò sui suoi passi. Giunta alle spalle di Daphne, la abbracciò. «Scusami, ma questa sera sono un po’ triste. Non ti preoccupare: ti voglio bene.»
Daphne rimase felicemente perplessa davanti a quell’improvvisa manifestazione d’affetto. Addentando un gustoso pezzo di crostata di albicocche, pensò che il clima tra i figli di Salazar stesse finalmente volgendo al bello.
Leni uscì dalla grande sala rivolgendo un’ultima occhiata a quelle persone ancora felici.
Mentre si recavano all’uscita Ron affiancò Handy. «Se fossi in te starei attento a quella serpe» lo avvisò indicando Draco, che finiva silenzioso il suo dolce. «Non vorrei che tra qualche anno ti trovassi a Natale a scartare i regali con lui» aggiunse, prima di addentare un grosso biscotto allo zenzero.
«Già» mormorò Handy ricordando con malinconia l’ultimo Natale passato alla Tana. Povero zio Ron, se sapesse che cosa lo aspetta forse il biscotto gli andrebbe di traverso.
Leni salutò gli amici Grifoni e riuscì anche a fatica a reggere il gioco al gemello quando le chiesero di Ginny. Finse poi di dovergli parlare urgentemente di un problema familiare per allontanarlo dagli altri. Corsero al settimo piano a prendere il mantello e la fialetta e si appostarono alla base delle scale, nei sotterranei, in attesa di veder spuntare Piton diretto alla sua stanza.
«Vedo con piacere che hai recuperato una giacca» le disse Handy, mentre si piegava per abbracciarla e farli sparire entrambi sotto il mantello.
«Sì. Ha anche il suo profumo» rispose nostalgica, dileguandosi nella notte.

Capitolo 12