Gemini – Capitolo 10

Nel Segno del Glicine

Narcissa, dopo aver accompagnato i nipoti fino al grande cortile interno dell’ospedale e averli visti sparire alla volta di Hogwarts, era tornata in camera dal figlio dove l’attendevano i consuoceri. Qualche premuroso collega della nuora aveva fatto sostituire le dure sedie in ferro con delle poltroncine e aveva fatto portare un po’ di tè caldo ai tre disperati genitori.
Una volta seduta, Narcissa scrutava attenta le infermiere mentre controllavano con piccoli gesti delicati lo stato dei preziosi pazienti, ma la sua mente correva insistente verso il Manor o, meglio, verso lo studio privato del marito.
Le pregevoli boiserie venivano spolverate diligentemente ogni mattina, la fine copertura in pelle dello scrittorio incerata, calamai e pennini riordinati al loro posto a fianco della raffinata carta a mano, coscienziosamente ripiegata, come se il legittimo proprietario potesse averne bisogno entro il finire del giorno.
La meravigliosa libreria in ebano custodiva preziosi volumi che avrebbero fatto la felicità di qualunque mago. Serbava anche un segreto di cui erano a conoscenza solo i tre componenti della famiglia. Sollevando di poco verso l’alto la base del tomo Storia del casato Malfoy: origine e ascesa si apriva un pannello della libreria, svelando una porta da cui accedere a una piccola stanza in cui da secoli i padroni di casa conservavano i loro manufatti più preziosi.
In alcuni bauli si trovavano scrigni ricolmi di sfavillanti gioielli creati dalle mani fatate degli elfi.
Un grande arazzo appeso al muro destro ripercorreva l’albero genealogico del nobile casato mentre di fronte, in una elegante angoliera in mogano, i lord Malfoy avevano raccolto lungo i secoli una collezione di rara entità.
I ripiani di cristallo erano ricoperti da numerose boccette colorate che un incauto osservatore avrebbe potuto scambiare per quelle di un raffinato profumiere, ma che in realtà contenevano alcune delle più potenti pozioni create nel mondo magico.
Sul ripiano superiore Narcissa si ricordava di aver visto una piccola ampolla dal contenuto color glicine sulla cui etichetta aveva riconosciuto una calligrafia familiare. Ricordava di averla notata la prima volta dopo che il marito si era recato a Hogwarts per discutere l’incidente occorso a Draco durante la lezione sugli Ippogrifi.
Nei mesi precedenti aveva sentito discutere il consorte e il grande pozionista della scuola in merito alla possibilità di creare una soluzione potentissima di cui si favoleggiava su alcuni antichi libri trovati da Lucius nei mercatini di Istanbul.
L’uomo era tornato dalla vecchia scuola in preda all’euforia: «Stai tranquilla, mia cara», le aveva detto accarezzandole il viso, «il ragazzo sta bene e da oggi chiunque cerchi di mettersi sulla nostra strada lo farà a suo rischio e pericolo.» Detto questo si era chiuso nello studio, ma il rumore della porta segreta della libreria le aveva confermato che l’uomo aveva riportato da Hogwarts più di semplici notizie sul figlio.
Chissà perché dopo tanti anni quel ricordo la tormentava: doveva assolutamente controllare.
Si avvicinò alla madre di Hermione: «Devo tornare un momento a casa, farò presto. Se doveste aver bisogno di qualcosa Daphne è nella sala d’aspetto qui a fianco.» Si accostò un momento all’adorato malato per lasciargli una dolce carezza sul volto addormentato e baciargli le pallide guance.
Andò poi da Hermione, le strinse delicatamente la mano. «Giovane figlia di Godric, sei sempre stata una ragazza coraggiosa in tutte le scelte della tua vita, so che anche questa volta ci sorprenderai» le sussurrò affettuosa all’orecchio.
Accennò un ultimo sorriso verso i signori Granger e uscì alla svelta nel cortile per smaterializzarsi e riapparire nel salotto di casa Malfoy.
Gli elfi domestici si erano riuniti nella grande cucina, le facce se possibile ancora più lunghe del solito, come se stessero già preparando una veglia funebre. Quando si accorsero del ritorno della padrona accorsero nel grande salone, speranzosi.
Il più anziano del gruppo osò chiedere con un filo di voce: «Milady, come sta il signorino?»
«Purtroppo giace ancora incosciente, prigioniero della morte» riferì lei e, porgendogli il soprabito, aggiunse in tono sincero: «Grazie.»
Alla piccola creatura quasi venne un infarto: negli oltre duecento anni di onorato servizio all’interno del castello nessuno lo aveva mai ringraziato. «Dovere, Milady» replicò con un timido sorriso.
Narcissa raggiunse la sua camera da letto, e da quella andò dritto nello studio del marito, fino ad arrivare alla stanza segreta.
Il cuore nel petto perse qualche battito: l’ampolla era sparita.
Era sicura di averla vista mentre riponeva i gioielli usati al ballo di beneficenza il mese precedente. Aveva pensato che il meraviglioso colore di quel liquido fosse un chiaro monito di quanto dietro alla più sfavillante bellezza si potesse celare il più grande pericolo.
Chi aveva potuto prenderla? Sicuramente non erano stati né lei né Draco, che forse addirittura ne ignorava l’esistenza.
L’unico altro essere vivente a esserne a conoscenza era ad Azkaban a comandare impettito i pochi ragni che osavano sopravvivere in quel posto maledetto.
Cercò di scacciare un pensiero terribile che stava prendendo forma nella sua mente, ma le lacrime che le sfioravano il viso non facevano che confermarglielo.
«Lucius, cosa hai fatto?» mormorò, come fosse una preghiera, prima di lasciarsi scivolare esausta sul pavimento per posare la testa sull’arazzo alle sue spalle.

I gemelli Malfoy, finite le lezioni del mattino, si appartarono sulla sponda del lago nero: avevano bisogno di aria fresca per mettere a punto il loro piano d’azione. Poco distante da loro il veliero di Karkaroff dominava maestoso le lugubri acque.
Handy fissava il ligneo vascello perso nei suoi pensieri, quando una gomitata della sorella lo riportò alla realtà.
«A cosa pensi?» chiese preoccupata.
«Nulla, stavo solo meditando che in fondo anche una bella martellata sul ginocchio appuntito potrebbe essere un metodo efficace per farlo piangere» disse tornando a fissare vacuo le acque del lago.
«Conoscendolo non penso che piangerebbe» considerò Leni perplessa. Forse quel tentativo di cambiare metodologia dipendeva dal fatto che a lezione l’ossuto professore gli aveva fatto elencare a memoria gli ingredienti di metà delle pozioni del libro cercando, inutilmente, di farlo cadere in errore per poter togliere dei punti a Grifondoro: la lite con Draco a colazione non doveva essere passata inosservata.
In compenso il povero Draco non appena vedeva, anche solo da lontano, i due gemelli si allontanava veloce nella direzione opposta, peggio che se fosse stato inseguito dall’oscuro signore in persona.
«Dovremmo fare qualcosa per papà» proferì Leni, «non voglio andarmene sapendo che mi odia.»
«Già, tu almeno non hai cercato di allungarlo di dieci centimetri» ribatté Handy ancora pentito per la sua reazione.
Avevano intanto scoperto che Piton teneva le sue scorte per le pozioni in un piccolo stanzino nel sotterraneo con pochissime protezioni, forse pensando che il solo saperlo di sua proprietà bastasse ad assicurarne la sicurezza. Doveva essere questo il motivo per cui entrarci era il passatempo preferito dai loro familiari: il mitico trio per creare la pozione Polisucco; Fred e George per quella Invecchiante che notoriamente non aveva dato i frutti sperati con il Calice di Fuoco.
Sarebbe stato invece più complicato nascondersi nell’anfratto del professore in attesa che si addormentasse, benché i due non dessero credito alle voci che assicuravano riposasse in una pesante bara di mogano oppure appeso a testa in giù.
Arrivarono alla conclusione che l’unica possibilità era quella di entrare nella stanza con il Mantello dell’Invisibilità facendoselo dare direttamente da Harry, ma senza dirgli la verità.
«Perché non dici che sei innamorato di mamma e che vuoi nasconderti in camera sua per farle una sorpresa?» propose Leni seria.
«Come no, così dopo essere diventato il bullo della scuola passerò anche per un maniaco.»
«Come se fosse la prima volta» commentò lei sorniona.
«Quando torneremo a casa chiarirò questa storia con quella peste di Lily una volta per tutte» decretò Handy, girandosi offeso dall’altra parte.
«Dai, scherzavo. Ci sono!» gridò Leni improvvisamente. «Dirò a zio Harry che voglio fare uno scherzo a papà e che ho deciso di andare in biblioteca a sostituirgli le pergamene che sta preparando per Pozioni con una serie di sonetti d’amore eterno per Piton: accetterà di sicuro.»
«È una cosa talmente strampalata che potrebbe funzionare. Soprattutto se a convincerlo mandi una certa rossa» aggiunse Handy ridendo. «Io andrò a fare “la spesa” nello stanzino e poi a preparare la pozione nella Stanza delle Necessità. Tu procurati il Mantello e raggiungimi al settimo piano il prima possibile» stabilì, già incamminandosi per la scuola.
Nel sotterraneo Handy incrociò vari studenti che uscivano distrutti dall’aula di Pozioni; prima di agire aspettò di vedere il gruppo successivo di martiri prendere posto e di sentire la melodiosa voce del professore iniziare la lezione. Era il momento. Allo stanzino si accedeva dal corridoio attraverso una semplicissima porta di legno; in pochi sapevano quale prezioso tesoro nascondesse quell’umile uscio.
Riuscì a superare l’incantesimo di protezione non senza qualche difficoltà: il professore si sarebbe accorto dell’intrusione, ma almeno non avrebbe potuto capire chi ne era stato l’autore.
Aveva già appoggiato la mano sulla maniglia quando udì la voce di Piton alle sue spalle: «Flamyò, appena arrivato e già ci mettiamo nei guai?»
Sentì le gambe diventare di gelatina. Si girò al rallentatore, cercando inutilmente di fabbricare una scusa plausibile per giustificare quello che stava facendo, quando vide i gemelli Weasley sbellicarsi letteralmente dalle risate.
«Vedessi che faccia hai! Sei bianco come un cadavere. Ragazzo, ci vuole fegato per fare queste cose!» sentenziò Fred tenendosi alla spalla di George per non cadere dalle risate che lo squassavano.
«Bravo, Fred, però per essere perfetto dovresti migliorare la dizione della erre. E bravo anche tu che comunque ci hai sveltito il lavoro. Dai, entriamo prima che ci veda qualcuno» esortò George e lo spinse all’interno. «Fred, sai cosa fare se arriva qualcuno» aggiunse chiudendosi la porta alle spalle. «Quindi anche tu ti servi dalla ditta Piton & CO. Sono bravi, hanno veramente di tutto, peccato che il proprietario non brilli per la sua simpatia» sussurrò George mentre accendeva la luce del magazzino.
Ripresosi dallo spavento, Handy cominciò svelto a recuperare quello che gli serviva: scaglie di drago, erba fondente, radici di rosa, qualche lacrima di fata arrabbiata.
Mentre si procurava i suoi ingredienti George lo osservava meditabondo. «Cosa devi preparare? Non mi pare di riconoscere la pozione. Non sarà forse un nuovo filtro d’amore per una certa riccia di mia conoscenza?» Gli ammiccò.
Ma allora è proprio una fissa!
Handy arrossì, dando allo zio l’erronea conferma del suo dolce segreto, ma liberandosi dall’incomodo di dover rispondere a troppe domande.
Dopo cinque minuti George disse: «Io ho finito, andiamo?»
«Sì, possiamo andare.»
Stavano per aprire la porta quando sentirono Fred esclamare a gran voce: «Mastro Gazza, che piacere incontrarvi!» I due all’interno si bloccarono. «Sembrerebbe impossibile, ma Mrs. Purr oggi è più bella del solito.»
Udirono un tramestio come di due persone che si rincorrono, una serie di strazianti miagolii e la voce del vecchio guardiano che si allontanava nel corridoio: «Lasciala andare, disgraziato!»
I due giovani si arrischiarono ad aprire la porta, trovando il corridoio deserto.
«Ci si vede» bisbigliò George prima di avviarsi rapidamente verso le scale.
«Okay» ribatté Handy, ragionando su quanto quei due insieme fossero incontenibili. Peccato non poter raccontare loro di cosa aveva veramente bisogno, sarebbe stato interessante vedere cosa avrebbero inventato per far piangere Piton; forse una pozione alla cipolla.
Corse su per le scale fino al settimo piano. Riconoscendolo, Barnaba gli sorrise amichevole, stando ben attento a coprirsi la testa con le mani: la lezione della volta precedente gli era servita.
Non appena varcò la porta della preziosissima stanza si ritrovò nella copia fedele del laboratorio di suo padre. Accese subito i Bunsen e cominciò a mettersi al lavoro.
Leni nel frattempo aveva esposto la sua idea a Ginny che, entusiasta, le aveva suggerito per prima di chiedere in prestito il mantello a Harry.
Lo trovarono che usciva dall’ufficio di Moody con il viso leggermente più sereno rispetto al giorno precedente.
«Ciao! Avremmo bisogno di un enorme favore. Ci potresti prestare il tuo mantello speciale fino a domani?» esordì Ginny sorridendogli.
Il ragazzo le guardò basito. «E che cosa dovreste farci?» chiese dubbioso.
«Un piccolo scherzo a Malfoy» spiegò pronta Leni, aggiungendo: «Ti giuro che domani mattina prima di colazione lo riavrai in perfette condizioni.»
«Va bene, ma mi raccomando, non ficcatevi nei guai voi due.»
Due sorrisi angelici risposero annuendo all’unisono. Ottenuto il prezioso manufatto, Leni doveva però sbarazzarsi di Ginny e della falsa impresa. Andarono in biblioteca per controllare dove fosse esattamente Draco e, una volta individuato l’obiettivo, chiamò la ragazza dietro a un vecchio scaffale polveroso, dove non passava mai nessuno, come per spiegarle esattamente cosa fare.
Non appena la ragazzina le si avvicinò, le scagliò un incantesimo Soporifero facendola addormentare all’istante. La distese per terra. Si tolse la giacca e gliela mise sotto la testa come un cuscino.
«Perdonami, zia, ma proprio non ti posso portare con me» le bisbigliò, schioccandole un bacio sulla guancia. La ragazzina avrebbe dormito placidamente per le prossime dodici ore.
Si recò all’uscita con il mantello sotto il braccio quando le balenò in testa l’idea che quella poteva essere l’ultima occasione per parlare con il padre, prima di vederlo di nuovo steso in un freddo letto d’ospedale. Come attratta da una calamita, si trovò vicino al genitore che da solo preparava con zelo le pergamene richieste da Piton. Quando Draco si accorse di chi lo aveva affiancato alzò preoccupato gli occhi dal compito.
«Scusami» esordì lei in tono gentile, «non volevo disturbarti.»
L’altro, sorpreso di non trovarsi a testa in giù o con una bacchetta alla gola, rimase senza parole a fissarla con sguardo interrogativo.
«Sai, volevo scusarmi per mio fratello, non è cattivo, solo non sopporta chi tratta male le ragazze.»
«Capisco» mormorò Draco gelido, «ognuno è libero di innamorarsi secondo i propri gusti. Certo, potrebbero essere migliori» aggiunse e fece ruotare con il pollice l’anello della sua casata attorno all’anulare sinistro, come lei gli aveva sempre visto fare nei momenti di nervosismo.
«Credo che Hermione ti piacerebbe se solo provassi a conoscerla meglio» replicò la figlia sorridendo, «comunque spero che questo inizio burrascoso non comprometta una nostra possibile amicizia. Daphne vuole molto bene a entrambi e mi spiacerebbe vederla star male.»
«Daphne è un essere troppo buono per questo mondo e vorrebbe sempre vedere tutti che si abbracciano come fratelli» commentò lui serio. «Non sperare che io ti butti le braccia al collo ogni volta che ti incontrerò, e spero vivamente che tuo fratello e i suoi amici mi stiano il più lontano possibile. Comunque sei una Serpeverde e questo io non lo dimentico.»
Avrebbe voluto stringerlo tra le braccia, dirgli di essere forte, sapendo quello che avrebbe dovuto affrontare prima di diventare adulto, ma si trovò semplicemente a guardarlo con dolcezza: sarebbe stato molto solo, lei lo sapeva, ma non poteva fare nulla per cambiare le cose.
«Ciao, Draco» esalò in un sospiro, prima di allontanarsi come se stesse dicendo “ti voglio bene”.
Lui alzò lo sguardo un istante mentre lei già guadagnava l’uscita. In fondo non è male, rimuginò, prima di tornare alle sue amate pozioni.

Capitolo 11