Fine

Strana parola Fine. Quattro semplici lettere in fila ordinata capaci di delineare il mio universo. Quattro simboli come nel mio nome: Ardo.

In verità avrebbe dovuto essere Ardoino. Lo avevano scelto con attenzione i miei genitori. Un nome importante per il loro unico figlio. Mio padre ha spiegato più volte come, al momento della registrazione all’anagrafe, non si sia accorto dell’errore fatto dall’addetto comunale. Ride, nervosamente, e lo giustifica con la grande emozione del momento. Dice: “mi son perso…”. Anche io rido. Amaro. Lo so che non è colpa sua. Sono io.

Io sono l’uomo senza Fine.

Dovevo avere tre o quattro anni, non ricordo bene, quando ho capito di essere diverso. Ero all’asilo e la maestra leggeva una fiaba. Mancavano solo poche righe dell’ultima pagina. Improvvisamente tutto intorno a me è diventato buio. Pochi secondi di nulla. Niente suoni, niente immagini. Quando finalmente ho riacquistato i sensi i miei compagni ridevano a crepapelle intorno a me. La donna mi fissava dubbiosa. Io solo ero immobile. In silenzio. Mi ero reso conto di aver perso la Fine.

Per ironia la mia grande passione è leggere. Ma fin dai primi libri per ragazzi ho capito che avrei dovuto trovare una strategia. Se infatti sfogliavo un libro come tutti, seguendo il susseguirsi familiare dei numeri, le ultime pagine, per i motivi più disparati, risultavano impossibili da leggere. Non riuscivo mai a sapere la Fine.

Le ultime dieci pagine di Ventimila leghe sotto ai mari sono letteralmente sparite, ingoiate, come il Nautilus, da un Maelström formatosi misteriosamente nella vasca da bagno. Mia madre, intenta a spugnarmi la schiena, si era avvinghiata alle mie spalle, forse temendo che venissi risucchiato anche io. Ho capito allora che l’unica soluzione era iniziare a leggere proprio dalla Fine.

Sarà forse per questo che non amo molti i gialli con i loro colpi di scena dell’ultimo minuto. Preferisco le biografie dei grandi della storia, in quel caso tanto so già come il soggetto giungerà alla sua Fine.

Se voglio andare al cinema devo comprare due biglietti, possibilmente per due spettacoli consecutivi. Prendo un posto in fondo e entro solo per gli ultimi minuti della prima proiezione. Quando tutti sono usciti mi avvicino allo schermo, sedendomi sulle poltroncine esterne. Ho sempre cura di uscire prima del termine della proiezione, giusto per scongiurare che possa accadere qualcosa che impedisca agli altri spettatori di godersi la Fine.

L’avvento dei registratori a cassette e, poi, dei DVD hanno contribuito alla mia passione per la settima arte e mi hanno permesso un congruo risparmio di tempo e denaro. Occupo così gran parte del mio tempo libero anche perché finisco sempre per addormentarmi presto, prima che il sole veda la sua Fine.

Ho imparato a decifrare le richieste della gente da poche parole: sono un esperto dei pensieri, un interprete eccelso del linguaggio corporeo altrui. Grazie alla mia “abilità” son diventato consulente per le aziende, applico la mia competenza per selezionare il personale e trovo sempre i candidati migliori. Son talmente bravo che mi son fatto una certa fama. Così non mi manca nulla, nemmeno la Fine.

Un pensiero da tempo mi consola. Non vedrò morire i miei genitori. Sono ancora in forze, allegri e innamorati. Per lungo tempo mi sono scervellato sulla questione e ho dedotto che logica vuole che morrò prima di loro. Non che la vita non mi piaccia, anzi mi definirei un uomo positivo, ma son felice di non assistere alla loro Fine.

Lo pensavo anche ieri quando, tornando come sempre a piedi dal lavoro, ho deciso di sedermi sulla panchina in pietra del vecchio cimitero. Qui dove sono sepolti tutti i miei compaesani che ormai sono sereni perché hanno scoperto come è stata la loro Fine.

Adesso son qui, seduto in macchina, che ripenso alla mia vita per colpa di Maria. La ragazza che ho selezionato questa mattina come segretaria. È carina, gentile, una persona piacevolmente normale. O così pensavo. Per caso ci siamo incontrati nel parcheggio e ci siam messi a parlare, del più e del meno, come si usa tra imperfetti sconosciuti. La conversazione volgeva ormai al termine e mi son preparato ad accogliere il mio buio, ma lei improvvisamente ha sorriso e mi ha chiamato per nome. Un lampo. Così intenso che ho dovuto riparare gli occhi con il braccio.

“Stai bene?”
“Sì” ho farfugliato confuso.
“Spero di rivederti presto” mi ha salutato allegra, prima di salire in auto e sparire nel traffico cittadino.
“Anche io” ho mormorato nella mia mente.

Non sono abituato a conversare fino alla Fine.